Teheran–Washington–Gerusalemme, 18 aprile 2026 — Nuova escalation nel Golfo Persico: l’Iran ha annunciato la nuova chiusura dello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi strategici più importanti al mondo per il traffico petrolifero, accusando gli Stati Uniti di aver violato gli accordi e imposto un blocco “illegittimo”. La decisione riaccende i timori per la sicurezza energetica globale e mette sotto pressione i delicati negoziati in corso tra Teheran e Washington.
In una nota diffusa dall’alto comando Khatam al-Anbiya e rilanciata dai media ufficiali, Teheran sostiene di aver inizialmente consentito il passaggio limitato e controllato di petroliere dopo la recente tregua in Libano. Tuttavia, secondo la versione iraniana, gli Stati Uniti avrebbero continuato azioni di “pirateria” nel Golfo, portando alla decisione di ripristinare il controllo totale dello stretto da parte delle forze armate iraniane.
La chiusura — anche se parziale o temporanea — rappresenta un segnale politico e militare forte, dato che da Hormuz transita circa un quinto del petrolio mondiale.
Nonostante l’inasprimento sul campo, il presidente statunitense Donald Trump ha dichiarato che un accordo con l’Iran “è molto vicino”. Secondo Washington, Teheran avrebbe accettato di sospendere il proprio programma nucleare, con una delle condizioni più controverse: il trasferimento dell’uranio arricchito negli Stati Uniti.
Resta però alta l’incertezza su contenuti e garanzie dell’intesa, mentre le dichiarazioni iraniane sulla chiusura di Hormuz sembrano indicare che la fiducia tra le parti è tutt’altro che consolidata.
A complicare il quadro geopolitico è anche la reazione di Israele. Il premier Benjamin Netanyahu, secondo fonti dei media americani, sarebbe rimasto “scioccato” da un messaggio pubblico di Trump in cui si afferma che gli Stati Uniti avrebbero impedito a Israele di colpire obiettivi in Libano.
Tel Aviv avrebbe chiesto chiarimenti urgenti alla Casa Bianca, segno di possibili frizioni tra alleati proprio mentre si cerca un equilibrio nella regione.
Sul fronte interno, l’Iran ha annunciato la riapertura parziale dello spazio aereo e di alcuni aeroporti civili a partire dalla mattina di oggi. Una decisione che segnala una volontà di mantenere almeno una parziale normalizzazione, nonostante l’alta tensione militare.
Ieri a Parigi si è riunita una coalizione di circa 50 Paesi — tra cui Cina e India — che ha dato il via libera a una possibile missione navale internazionale a guida franco-britannica per garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz, ma solo dopo un cessate il fuoco.
Gli Stati Uniti, però, hanno preso le distanze: Trump ha criticato duramente la NATO definendola “inutile” e invitandola a non intervenire.
L’Italia segue una linea prudente. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha chiarito che un eventuale invio di cacciamine italiani nell’area sarà possibile solo con l’autorizzazione del Parlamento, sottolineando la coerenza con le missioni europee già attive (Aspides e Atalanta). Dall’opposizione, tuttavia, si chiede un mandato ONU per qualsiasi intervento.
La situazione resta estremamente fluida: da un lato segnali di apertura diplomatica tra Iran e Stati Uniti, dall’altro mosse militari che rischiano di compromettere ogni progresso. Lo Stretto di Hormuz torna così al centro della crisi globale, con implicazioni dirette su energia, sicurezza e stabilità internazionale.









