venerdì, Febbraio 13, 2026
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La Cina Non Si Ferma: È L’Occidente che Sta Perdendo la Guerra dei Dazi

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La guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina, sulla carta, doveva colpire l’export di Pechino al cuore. Nella realtà, ha fatto un’altra cosa: ha costretto la Cina a diventare ancora più furba, ancora più liquida, ancora più difficile da afferrare. I numeri dicono che le esportazioni cinesi verso gli USA sono crollate, ma le merci cinesi no: hanno solo cambiato strada, passaporto, etichetta. È come se avessero imparato a passare dai vicoli invece che dal corso principale.

Negli ultimi anni, una parola è entrata nel lessico della logistica globale: “placeoforigin washing”. Dietro questa formula pulita c’è una pratica sporca: merci prodotte in Cina che vengono spedite in Paesi terzi, come Malesia o Vietnam, subiscono una lavorazione minima o solo un reimballaggio, e poi ripartono verso gli Stati Uniti con un nuovo certificato d’origine, come se fossero “made in Malaysia” o “made in Vietnam”. Un’inchiesta di NDTV, basata su dati e analisi del Financial Times, racconta come broker e spedizionieri pubblicizzino apertamente questi servizi sui social cinesi: “spediamo in un Paese vicino, cambiamo i documenti, e il dazio crolla” .

Il motivo è semplice e brutale: i dazi USA su alcuni prodotti cinesi possono arrivare fino al 245%, mentre quelli su prodotti simili provenienti da Malesia o Vietnam sono molto più bassi, intorno al 20–25%. Se sei un esportatore cinese e vuoi sopravvivere, la tentazione di usare un Paese “ponte” è enorme. E infatti succede. Port Technology International, citando dati del Financial Times e del Census Bureau USA, mostra che nel maggio 2025 le esportazioni dirette dalla Cina agli Stati Uniti sono crollate del 43% su base annua, ma nello stesso periodo le esportazioni cinesi complessive sono aumentate, con un +15% verso l’ASEAN e un +12% verso l’Unione Europea .

Tradotto: meno container con scritto “China” arrivano nei porti americani, ma più container con scritto “Vietnam”, “Malesia”, “Indonesia” trasportano dentro di sé prodotti che, in realtà, nascono nelle fabbriche cinesi. Capital Economics stima che solo a maggio 2025 circa 3,4 miliardi di dollari di merci cinesi siano passati attraverso il Vietnam prima di arrivare negli USA, con un aumento del 30% rispetto all’anno precedente; il traffico indiretto via Indonesia è salito del 25% . È un fiume sotterraneo: non lo vedi in superficie, ma sposta la geografia del commercio.

La cosa più interessante è che questa strategia non nasce dal nulla. La rivista The Diplomat ha ricostruito, con dati di un gruppo di ricercatori di Harvard, Duke e Academia Sinica, come i produttori cinesi abbiano iniziato a spostare parte delle loro catene di fornitura in Asia sudorientale già prima dell’ultima ondata di dazi, proprio per prepararsi al colpo . Quando Trump ha lanciato i “reciprocal tariffs” nel 2025, portando i dazi effettivi su molti prodotti cinesi oltre il 100%, la quota delle importazioni USA provenienti direttamente dalla Cina è scesa dal 22% del 2017 al 9% nel 2025. Ma i dati mostrano che oltre 8 miliardi di dollari di merci cinesi sono state semplicemente “dirottate” via Vietnam nei primi tre trimestri del 2025, senza alcuna trasformazione sostanziale.

Gli economisti che hanno analizzato questi flussi parlano di “transshipment”: merci prodotte interamente in Cina che passano per un Paese terzo solo per sfruttare il differenziale di dazio, senza aggiungere valore reale. È un gioco di ombre: sulla carta il prodotto è vietnamita, nella sostanza è cinese. E ogni volta che esiste un divario di dazi tra due Paesi, si crea un incentivo a usare questo trucco, come spiega Ebehi Iyoha di Harvard, citata nello studio .

barca container

Il risultato è che la guerra commerciale non ferma la Cina, ma la costringe a cambiare pelle. Le fabbriche cinesi aprono stabilimenti satellite in Vietnam, Malesia, Indonesia, Messico; le aziende creano joint venture locali che assemblano o rifiniscono prodotti cinesi; i porti del SudEst asiatico vedono esplodere i volumi di container, mentre i porti americani registrano meno arrivi “diretti” dalla Cina ma più arrivi da Paesi che, fino a pochi anni fa, avevano un ruolo marginale. Port Technology parla apertamente di “ristrutturazione delle rotte globali”, con i porti ASEAN trasformati in hub di transito per merci che hanno la loro origine reale in Cina .

E l’Europa? Qui entra in scena Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia. Nelle sue Considerazioni finali del 2025, Panetta avverte che l’inasprimento dei dazi, soprattutto quelli americani, rischia di sottrarre quasi un punto di PIL alla crescita mondiale in due anni e di ridurre il commercio internazionale del 5%, costringendo a una “riconfigurazione delle catene globali di produzione” . In un altro intervento, riportato da Il Sole 24 Ore, sottolinea che i dazi USA sono ai livelli più alti dal secondo dopoguerra e che il mondo, invece di fermare la Cina, ha “aggirato” le barriere, spostando flussi e lavorazioni altrove .

Tradotto in linguaggio meno diplomatico: la Cina non si è fermata davanti al muro, ha trovato il modo di passarci intorno. E nel frattempo, l’Europa rischia di trovarsi schiacciata tra due fuochi: da un lato la pressione americana a “decouplare” da Pechino, dall’altro la realtà di catene del valore in cui la Cina resta centrale, anche quando non appare più in etichetta.

C’è un altro effetto collaterale di cui si parla poco: la reputazione dei Paesi usati come “ponte”. In Malesia, ad esempio, il quotidiano Malay Mail ha riportato le preoccupazioni delle associazioni industriali per il rischio che il Paese venga percepito come una piattaforma di transshipment fraudolento, con certificati d’origine falsi e controlli doganali aggirati . Il vice ministro Chan Foong Hin ha dovuto intervenire pubblicamente per chiedere alle imprese di non prestarsi a queste pratiche e per promettere controlli più severi in settori chiave come i guanti in gomma.

Ma la verità è che, finché esisterà un differenziale di dazi così enorme tra Cina e Paesi terzi, la tentazione di usare questi ultimi come “lavanderie di origine” resterà fortissima. E non riguarda solo l’Asia: anche il Messico sta diventando un hub per merci cinesi dirette negli USA, sfruttando gli accordi commerciali nordamericani.

Alla fine, la domanda è brutale: chi sta vincendo questa guerra dei dazi?

Gli Stati Uniti possono dire di aver ridotto la dipendenza “diretta” dalla Cina. Possono mostrare grafici in cui la quota di import cinese crolla. Possono vantarsi di aver colpito Pechino. Ma se guardi sotto la superficie, vedi un’altra storia: la Cina ha spostato parte della produzione, ha usato Paesi cuscinetto, ha accettato margini più bassi pur di restare nel gioco. Non è uscita dal sistema: lo ha piegato.

E nel frattempo, come avverte Panetta, il mondo paga il conto in termini di crescita più bassa, catene del valore più complesse, incertezza più alta . Le imprese devono ripensare le loro rotte, i porti devono adattarsi a nuovi flussi, le dogane devono inseguire certificati d’origine che spesso sono solo carta ben compilata.

La guerra dei dazi doveva essere una punizione. È diventata un acceleratore di trasformazione. La Cina, che da decenni vive di adattamento, ha fatto quello che sa fare meglio: ha trovato il modo di continuare a vendere, anche quando il mondo le ha detto “basta”.

Il paradosso è questo: più alzi muri, più costringi chi sta fuori a diventare bravo a passare attraverso le crepe. E la Cina, nelle crepe del sistema, ci nuota da anni.

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