
AMBIENTE E BIODIVERSITÀ — REGIONE LAZIO. Nella complessa scacchiera ecologica dei nostri litorali, dove l’avanzata aliena del granchio blu (Callinectes sapidus) sembrava aver desertificato ogni forma di biodiversità autoctona, la natura ha inaspettatamente calato un asso biologico. Non una tecnologia distruttiva, non un dragaggio invasivo, bensì un alleato silenzioso che popola da sempre i nostri specchi d’acqua salmastra: il cefalo comune. Quello che per secoli è stato considerato un pacifico detritivoro delle acque costiere si sta rivelando, nelle sue fasi giovanili e sub-adulte, una formidabile nemesi biologica in grado di spezzare la catena riproduttiva del famelico crociato atlantico. La clamorosa svolta scientifico-ambientale è emersa durante le meticolose operazioni di campionamento e monitoraggio condotte dagli ittiologi della cooperativa Agei, affiliata all’Associazione Generale Cooperative Italiane (Agci), nell’ambito di un progetto sperimentale finanziato e promosso dall’Assessorato all’Agricoltura, Sovranità Alimentare e Caccia e Pesca della Regione Lazio.
La svolta nel gozzo dell’ittiofauna laziale
L’intuizione è nata dall’analisi del contenuto stomacale di diversi esemplari di cefalo (Mugil cephalus) catturati nelle lagune costiere del litorale pontino. Gli scienziati si sono imbattuti in una ricorrenza statistica sorprendente: lo stomaco dei pesci era letteralmente saturato da microscopiche larve (megalope) e da piccolissimi esemplari neonati di granchio blu. Questa voracità selettiva dimostra che il cefalo non si limita a filtrare il fondale in modo asettico, ma intercetta attivamente le prime fasi del ciclo vitale del crostaceo invasore, fungendo da vero e proprio “repressore demografico” naturale. Fino ad oggi, la strategia di contrasto si era concentrata quasi esclusivamente sulla cattura massiva degli esemplari adulti tramite gabbie e reti, un metodo dispendioso e spesso tardivo, poiché interviene quando il danno ecosistemico è già consolidato. La scoperta della cooperativa Agei sposta invece il baricentro della contesa bellica-ecologica sulla prevenzione e sulla guerra di logoramento larvale.
Verso una nuova ingegneria ecologica
Forte di questa evidenza sul campo, la Regione Lazio ha decretato l’immediato cambio di rotta, varando una nuova strategia integrata che fa perno sulla tutela e sul ripopolamento mirato delle popolazioni di cefali nelle aree più vulnerabili e salmastre, come i laghi di Fogliano, Monaci e Caprolace. Il piano d’azione, strutturato su base pluriennale, prevede l’interdizione temporanea della pesca del cefalo nelle zone di nursery (incubazione naturale) e l’introduzione di barriere ecodinamiche atte a favorire la risalita del pesce dal mare aperto verso i bacini interni, proprio in concomitanza con i picchi riproduttivi estivi del granchio blu. Si tratta di un ribaltamento prospettico epocale: la pesca artigianale e la cooperazione scientifica non cooperano più per eradicare passivamente un invasore, ma agiscono come catalizzatori per rafforzare le difese immunitarie intrinseche del nostro mare. Se la proliferazione del granchio blu aveva piegato l’economia dei pescatori di molluschi, la risposta argentea del cefalo riaccende la speranza di una riconquista ecologica autoctona.









