Come la sinistra si è dimenticata della sua stessa storia
C’è un paradosso sottile, ma decisivo, che attraversa il dibattito politico italiano sul lavoro: la facilità con cui le parole d’ordine cambiano proprietario a seconda che ci si trovi sui banchi del Governo o su quelli dell’Opposizione. L’attuale campagna del “campo largo” sul salario minimo legale a 9 euro l’ora — trasformata in un vero e proprio totem identitario della coalizione guidata da Elly Schlein e Giuseppe Conte — ne è l’esempio più lampante.
Per comprendere la contraddizione, occorre fare un passo indietro al 2014, agli anni del governo Renzi e del Partito Democratico d’allora. Fu proprio l’esecutivo Dem ad inserire per la prima volta la delega per un salario minimo orario all’interno della Legge 183/2014, il celebre Jobs Act. L’intento proclamato era quello di tutelare le fasce fragili e non coperte dalla contrattazione collettiva. Eppure, quella delega non venne mai esercitata: cadde nel silenzio dei decreti attuativi, soffocata dalle priorità accordate alla flessibilizzazione in uscita e al superamento dell’Articolo 18. Nel 2018, il salario minimo tornò nel programma elettorale del PD, per poi essere di nuovo accantonato nei successivi governi di coalizione (Conte II e Draghi) a trazione dem e pentastellata.
Oggi, l’intera leadership della sinistra presenta la misura come una ricetta urgente e non rinviabile, accusando la maggioranza di insensibilità verso il lavoro povero. Un’inversione di marcia che solleva più di un interrogativo politico e concettuale.Per quasi un decennio, quando deteneva le chiavi di Palazzo Chigi e del Ministero del Lavoro, la sinistra ha ritenuto il salario minimo legale un’ipotesi secondaria o persino rischiosa, preferendo affidarsi unicamente alla tradizionale architettura sindacale. La scoperta dell’urgenza social-popolare appare così legata più alle esigenze di posizionamento elettorale che a una reale continuità programmatica. Oggi, l’unanimismo di facciata nasconde fratture mai sanate, all’interno dello stesso campo largo. Gli stessi riformisti e i centristi (a partire da Matteo Renzi e Italia Viva) che un tempo guidavano la stagione del Jobs Act mantengono oggi riserve sull’efficacia di una soglia fissa stabilita per legge, paventando il rischio di svalorizzare la contrattazione collettiva e spingere le imprese verso la dequalificazione dei contratti. Poi esiste un corto circuito con il sindacato. La storica diffidenza della Cgil e della Cisl verso un minimo fissato dallo Stato — per il timore di svuotare di potere i Contratti Collettivi Nazionali (CCNL) — è stata superata solo di recente e ad un prezzo di contorsioni teoriche. La sinistra ha oscillato per anni tra la tutela del monopolio negoziale dei sindacati e la tentazione di un intervento statalista, finendo per non completare nessuna delle due visioni.
Utilizzare la tutela dei lavoratori come bandiera da sventolare a fasi alterne indebolisce la credibilità di chi propone la misura. Più che un progetto di riforma strutturale, il salario minimo rischia di rimanere la testimonianza di una stagione in cui la sinistra preferisce rincorrere i propri rimpianti programmatici piuttosto che fare i conti con le proprie decisioni di governo.
* Opinionista









