
C’è un paradosso che attraversa il cinema europeo contemporaneo: opere celebrate nei più prestigiosi festival internazionali possono diventare oggetto di controversia una volta arrivate nelle sale nazionali. È il caso di “La più piccola”, film della regista Hafsia Herzi, che dopo il successo al Festival di Cannes si trova al centro di un acceso dibattito in Italia per la decisione di vietarne la visione ai minori di 14 anni.
Un film premiato e acclamato
Presentato in concorso a Cannes, “La più piccola” (titolo originale La Petite Dernière) ha conquistato riconoscimenti importanti, tra cui il premio per la migliore interpretazione femminile assegnato alla giovane Nadia Melliti e la Queer Palm.
Tratto dal romanzo autobiografico di Fatima Daas, il film racconta il percorso di crescita di Fatima, adolescente di origine algerina che vive in Francia e affronta il conflitto tra fede, famiglia e scoperta della propria identità sessuale. Un racconto di formazione che la critica internazionale ha accolto con favore, sottolineandone la delicatezza e la capacità di trattare temi complessi senza sensazionalismi.
Il divieto in Italia
Nonostante il consenso globale, in Italia il film è stato classificato come “vietato ai minori di 14 anni” dalla Commissione per la classificazione delle opere cinematografiche del Ministero della Cultura. La motivazione ufficiale parla di: “riferimenti sessuali espliciti… descritti in modo dettagliato” che “potrebbero influire negativamente sullo sviluppo emotivo dei minori”. Una decisione che ha colpito osservatori e addetti ai lavori, anche perché il film non è stato sottoposto a restrizioni analoghe in altri Paesi dove è già stato distribuito.
Le reazioni: tra censura e libertà artistica
La scelta ha scatenato una reazione immediata. La casa di distribuzione Fandango ha annunciato ricorso, parlando apertamente di “censura preventiva” e criticando una presunta arretratezza culturale sul tema dell’educazione sessuo-affettiva. La stessa Herzi si è detta “profondamente rattristata”, sottolineando come il film non contenga scene esplicite e sia stato accolto positivamente dal pubblico internazionale senza suscitare polemiche simili. Il caso ha rapidamente travalicato i confini del cinema, diventando terreno di confronto su questioni più ampie: il ruolo della censura, la rappresentazione dell’identità LGBTQ+ e il rapporto tra istituzioni e libertà artistica.
Un dibattito che va oltre il film
Al centro della controversia non c’è soltanto un’opera cinematografica, ma una domanda più profonda: fino a che punto è legittimo limitare l’accesso dei più giovani a narrazioni che affrontano temi identitari e affettivi? Da un lato, la Commissione richiama la tutela dello sviluppo emotivo dei minori; dall’altro, critici e distributori vedono nel provvedimento il rischio di una restrizione culturale che colpisce proprio opere pensate per stimolare riflessione e dialogo.
Non è la prima volta che un film premiato a Cannes incontra ostacoli simili in Italia, ma il caso di “La più piccola” appare emblematico perché tocca temi oggi centrali nel dibattito sociale europeo.
Tra successo internazionale e frattura nazionale
In attesa dell’eventuale esito del ricorso, il film arriverà comunque nelle sale italiane accompagnato da un’aura di controversia che potrebbe amplificarne la visibilità.
Il contrasto resta evidente: da una parte un’opera celebrata nei festival e apprezzata per la sua sensibilità; dall’altra un sistema di classificazione che ne limita l’accesso proprio al pubblico più giovane, potenzialmente coinvolto dai temi trattati. È in questa frattura che si inserisce il vero nodo della vicenda: non tanto la singola decisione, quanto il modello culturale che essa riflette. Un modello che il caso “La più piccola” costringe oggi a interrogarsi su cosa significhi davvero, nel 2026, educare attraverso il cinema.









