Il presidente del Senato Ignazio La Russa, intervistato da Sonia Martina, ha riportato al centro del dibattito nazionale un tema che brucia da anni nelle carceri italiane: il sovraffollamento e la necessità di misure immediate che affianchino i piani strutturali già annunciati dal Governo. La Russa ricorda infatti che l’esecutivo ha programmato “grandi passi avanti nel progetto di creare 10 mila nuovi posti di detenzione entro l’anno prossimo”, un obiettivo ambizioso che tuttavia, da solo, non può affrontare la pressione quotidiana che pesa sulle strutture penitenziarie. Di qui la proposta, destinata a far discutere: consentire a chi è ormai prossimo alla liberazione, avendo scontato quasi per intero la pena, di trascorrere il Natale a casa. Non un indulto mascherato, chiarisce La Russa, né un atto di generica clemenza, ma un intervento limitato, mirato, quasi chirurgico: rivolto esclusivamente a chi già si trova a un passo dal fine pena e che, per legge e valutazioni di sicurezza, non rappresenta un rischio per la collettività. La Russa sottolinea inoltre il ruolo centrale della magistratura di sorveglianza, chiamata a valutare i permessi brevi, a pesare la storia personale di ciascun detenuto, il percorso intrapreso, la capacità di reinserimento, le condotte e le eventuali fragilità. Una garanzia affinché la misura non sia percepita come un “liberi tutti”, ma come uno strumento equilibrato tra umanità e legalità, diritti e responsabilità. Non mancano, però, i dubbi nella maggioranza. Alcuni temono un messaggio troppo morbido in una stagione in cui la sicurezza è tema sensibile; altri paventano possibili strumentalizzazioni politiche. La Russa risponde ricordando che il carcere non è un luogo avulso dalla società, e che la legge – già oggi – prevede margini per permessi controllati e temporalmente circoscritti. In questo quadro, la proposta non crea un meccanismo nuovo: ne anticipa solo l’applicazione in modo più ampio, più uniforme, più consapevole della situazione drammatica in cui versano molti istituti. Da garante dei detenuti della Provincia di Caserta, non posso non cogliere in questa apertura uno spiraglio di luce. Perché le carceri non sono numeri, ma persone; non sono muri, ma storie. E chi opera quotidianamente al fianco dei detenuti sa bene quanto un gesto apparentemente semplice – poche ore, una giornata, un Natale trascorso con i propri affetti – possa rappresentare una forza rigenerante: un incentivo alla responsabilità, un aiuto al reinserimento, una prova di fiducia che quasi sempre viene restituita con disciplina e gratitudine. In un Paese in cui il sovraffollamento è una ferita aperta, ogni idea che unisca sicurezza e umanità merita di essere valutata con serietà, senza pregiudizi. Non è buonismo: è realismo. È attenzione alla dignità. È visione di un sistema penitenziario che non rinuncia alla sua funzione più nobile: restituire alla società persone migliori. Per questo, sì, l’uscita natalizia per chi è ormai a fine pena non è una resa dello Stato. È un segnale di civiltà. Una piccola luce che, almeno per qualcuno, potrebbe davvero rischiarare il buio del carcere.









