
VIGEVANO (PV) – Ci sono delitti che non nascono dal furore d’un istante, bensì da una cupa e ritorta alchimia d’odio, capace di covare tra le pareti domestiche fino a tramutarsi in tragedia. Tra le viuzze ordinate e il sordo silenzio della provincia pavese, la verità sull’incendio che lo scorso mese pareva aver inghiottito la vita di Roberto Iabichella si è infine svelata nella sua cruda e agghiacciante realtà. Non un gesto estremo, non la disperata decisione di un uomo solitario, bensì un efferato omicidio orchestrato con fredda premeditazione. Dopo un quindicennio di indagini serrate, condotte con certosina pazienza e rigore scientifico dai Carabinieri, le manette sono scattate ai polsi di Francesco Manfrin. L’uomo, vicino di casa della vittima, è accusato di aver soffocato la vita di Iabichella stringendogli le mani al collo per poi appiccare un rogo devastante nell’appartamento, nell’ingannevole tentativo di ridurlo in cenere e far deragliare gli inquirenti verso la pista del suicidio. Tutto ha avuto inizio in un pomeriggio apparentemente indistinguibile dagli altri, quando le fiamme si sono sprigionate con veemenza dalle finestre dell’immobile, attirando l’attenzione dei passanti e richiedendo l’intervento urgente dei Vigili del Fuoco. Domato il fuoco e diradato il denso fumo che avviluppava le stanze, i soccorritori si erano trovati di fronte al corpo ormai inanime del proprietario. In un primo momento, lo scenario appariva tragicamente lineare: la desolazione d’un gesto volontario celato tra le mura domestiche. Tuttavia, le pieghe del dramma nascondevano incongruenze marcate che non sono sfuggite all’occhio vigile degli investigatori. L’esame autoptico, eseguito con perizia dai medici legali, ha squarciato l’artificiosa messinscena: i polmoni della vittima non mostravano tracce significative di fumo, segno inequivocabile che Iabichella era già privo di vita prima che il rogo avviluppasse il mobilio. A tradire l’assassino sono state poi le lesioni ossee al collo, silenti testimoni d’una stretta mortale. Da lì, la ricostruzione degli inquirenti si è stretta attorno a Manfrin come una morsa inesorabile. I rilievi scientifici all’interno dell’abitazione, le discrepanze emerse durante i verbali di sommaria informazione e le testimonianze del vicinato hanno tracciato il profilo d’un rapporto logorato da rancori striscianti e pregressi attriti. L’arresto di Manfrin pone fine a due settimane di palpabile tensione nel quartiere, restituendo una dignità negata alla memoria di Roberto Iabichella e consegnando alla giustizia un delitto che l’esecutore sperava di aver affidato all’inviolabile segreto del fuoco.









