
VENEZIA – Esiste una sottile, quasi impercettibile liturgia che si avverte quando il cinema decide di guardarsi allo specchio e riconoscere i propri maestri. Non si tratta soltanto della consueta e talvolta stanca passerella di encomi, ma di un momento di autentica epifania culturale. Nella suggestiva cornice lagunare, tra il vocio dei critici e il baluginare dei riflettori, il Premio Siae intitolato alla memoria feconda di Andrea Purgatori ha trovato la sua naturale e più alta collocazione: le mani, la voce e l’inconfondibile figura di Nanni Moretti. Un riconoscimento che travalica la pura celebrazione accademica per farsi tributo all’ardimento narrativo, all’intransigenza etica e a quel modo unico di sviscerare le nevrosi, le utopie e i cortocircuiti della società contemporanea. Nel ricevere il premio, Moretti ha pronunciato parole intrise di un’inattesa ed encomiabile umiltà, scartando con elegante misura la veste di profeta o demagogo: “Se davvero ho raccontato una generazione, lo ritengo una fortuna e un onore”. In questa dichiarazione si condensa l’essenza stessa del suo percorso cinefilo e umano. Per oltre quattro decenni, il regista e attore romano non si è limitato a dirigere pellicole; ha edificato un vero e proprio lessico esistenziale, un prisma attraverso cui milioni di spettatori hanno imparato a decifrare le proprie fragilità, i propri smarrimenti e le proprie passioni politiche. Dalle velleità giovanili e stralunate di Ecce Bombo alla dolente e struggente introspezione de La stanza del figlio, fino alla dolcissima e disincantata coralità del suo più recente operare, il cinema di Moretti si è fatto specchio ustorio e al contempo carezza lenitiva per più di una leva d’italiani. L’intitolazione del premio ad Andrea Purgatori aggiunge un ulteriore tassello di struggente spessore all’evento. Purgatori, figura leggendaria del giornalismo d’inchiesta e della sceneggiatura, ha speso l’intera esistenza a scovare le verità taciute, ad aborrire il conformismo e a squarciare i veli dell’ipocrisia istituzionale. Accostare il suo nome a quello di Moretti significa celebrare la medesima spinta etica: la persuasione profonda che l’arte, sia essa scrittura d’inchiesta o cinepresa puntata sul reale, non debba mai farsi ancella dell’ottundimento generale, bensì farsi presidio vigile di memoria e dignità. La platea, affollata da colleghi, maestranze e semplici estimatori, ha accompagnato il momento con un applauso denso, prolungato, quasi liberatorio. Non vi era la fredda compostezza dei protocolli ufficiali, ma un caloroso afflato collettivo per un autore che ha saputo rimanere ostinatamente fedele a se stesso, rifiutando le lusinghe del consenso facile e le scorciatoie della scorrevolezza commerciale. La figura di Moretti, immobile sul palco con il premio tra le dita, incarnava ancora una volta quella feconda contraddizione che lo ha reso unico: l’amarezza del disincanto stemperata dall’ironia, la fermezza dei principi bilanciata da una profonda, talvolta straziante, vulnerabilità. Nell’era dell’incessante bombardamento visivo e dell’omologazione dei linguaggi, il suo cinema resta una lanterna accesa nell’oscurità, una bussola per orientarsi tra i frantumi di un mondo in perenne affanno.









