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L’Articolo 101 e il dovere del riserbo: perché la democrazia esige magistrati senza bandiera

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Il cuore di questo nuovo approccio narrativo risiede nel fatto che la forza della democrazia si basa sul rispetto dei recinti: nessuno può scavalcare il perimetro del proprio ruolo senza incrinare l’intero sistema. Il giudice non è un eletto del popolo, ma un funzionario dello Stato che vince un concorso per applicare le regole scritte da chi il popolo lo rappresenta davvero, ovvero il Parlamento. Quando un magistrato smette di parlare esclusivamente attraverso le sentenze e inizia a usare i microfoni delle piazze o dei talk show per contestare una legge, si rompe quell’equilibrio delicatissimo che tiene in piedi la Repubblica.

​L’Articolo 101 della Costituzione dice che il giudice è soggetto “soltanto” alla legge proprio per sottolineare che non deve essere soggetto alla propria morale, alle proprie simpatie politiche o alla voglia di cambiare la società secondo la propria visione personale. Il magistrato che si sente in diritto di giudicare la bontà di una legge prima ancora di applicarla sta, di fatto, tradendo la sua missione originaria. Entra in un campo che non è il suo e finisce inevitabilmente per trasformare la toga in una bandiera politica, perdendo quella terzietà che è l’unica vera fonte della sua autorità.

​In questo contesto, le parole di Nicola Gratteri contro il referendum sulla separazione delle carriere rappresentano un cortocircuito evidente. Quando un procuratore definisce “in malafede” chi propone una riforma o arriva a sostenere che votare in un certo modo significhi aiutare i criminali, sta uscendo dal suo perimetro tecnico per entrare in quello del comizio elettorale. Questo comportamento alimenta l’idea che la magistratura non sia più un corpo neutrale al servizio dello Stato, ma una forza politica contrapposta al Governo di turno, un contropotere che invece di applicare la legge cerca di orientarla o di bloccarla.

​Il rischio più grande di questa esondazione verbale è la definitiva perdita di fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Se un giudice dichiara pubblicamente che una certa legge è un favore ai potenti, come potrà mai apparire imparziale quando si troverà ad applicare quella stessa norma durante un processo? Il dovere di riserbo non è un bavaglio punitivo, ma una garanzia di serietà per l’imputato e per la collettività: serve a rassicurare ogni cittadino sul fatto che, entrando in un tribunale, troverà un arbitro silente e oggettivo, non un attivista che ha già manifestato il proprio pregiudizio ideologico.

​Proprio per questo, molti sostenitori della riforma vedono nelle uscite di Gratteri la prova definitiva che la separazione delle carriere sia un passaggio obbligato. L’obiettivo profondo di questa trasformazione sarebbe quello di riportare il magistrato al suo ruolo di tecnico del diritto che parla solo attraverso gli atti processuali, lasciando la discussione politica e il giudizio sulle leggi a chi ha ricevuto il mandato elettorale per farlo. È una questione di rispetto per la sovranità popolare e per la dignità delle istituzioni, che impone a chi indossa la toga di tacere laddove la Costituzione gli chiede solo di essere l’esecutore imparziale della volontà generale.

Chissà se viene compreso o si persevera nell’errore di base di mettere un cappello politico a questo referendum 

* Opinionista

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