domenica, Agosto 9, 2026
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L’ascesi del silenzio e l’oracolo della pietra: pellegrinaggio contemplativo tra i picchi sacri di Dewa

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Inviato Giuliana PANDIANI

In una modernità affannata che celebra il rumore e la presenza perpetua, esiste una geografia segreta in cui l’esistenza ritrova il proprio battito primordiale attraverso l’assenza di clamore. Il Giappone, terra di stupefacenti ossimori in cui l’ipertrofia tecnologica convive con un’arcana dedizione al sacro, custodisce nei suoi anfratti più remoti dei veri e propri sacrari dell’immobilità. A poche ore di treno dalle vertigini al neon e dal brulicare ininterrotto di Tokyo, la regione di Yamagata schiude le porte delle montagne di Dewa, il complesso del Dewa Sanzan, ove i rilievi del monte Haguro, del monte Gassan e del monte Yudono erigono un santuario naturale consacrato alla contemplazione e al misticismo più puro. Questa triade di vette non costituisce soltanto un sollievo per lo sguardo sopraffatto dalla frenesia urbana, bensì un itinerario iniziatico di profonda rinascita interiore. Per gli addetti dello Shugendō – l’antica dottrina sincretica che fonde animismo scintoista, precetti buddhisti ed eremitismo montano – il percorso lungo le tre montagne simboleggia graficamente il ciclo continuo di morte e rigenerazione dell’anima. Il monte Haguro rappresenta il mondo terreno e la vita presente, accessibile attraverso una scalata di duemilaquattrocentosettantasei gradini di pietra immersi in una secolare foresta di cedri imponenti, ove il fruscio del vento tra le fronde surroga ogni parola umana. Proseguendo l’ascesa verso il monte Gassan, il pellegrino si inoltra nel regno della memoria e degli antenati. Qui il paesaggio si fa brullo, essenziale, dominato da una nebbia brumosa che avvolge le rocce e azzera le coordinate temporali, inducendo a un raccoglimento compunto ed estatico. Infine, il mistero culmina sul monte Yudono, metaforico grembo della rinascita futura: un luogo talmente venerato che la tradizione proibisce tassativamente di descrivere a parole quanto vi si osserva, preservando così l’inviolabilità di un’esperienza che deve rimanere strettamente individuale e ineffabile. Attraversare questi altopiani solitari e le adiacenti isole incontaminate dell’arcipelago nipponico significa riappropriarsi di una dimensione temporale dilatata, dimenticata dai ritmi della contemporaneità. Tra i cedri secolari di Haguro e le sorgenti termali che sgorgano dalla roccia viva, il silenzio cessa di essere una mera vacuità acustica per farsi presenza viva, sostanza tangibile e balsamo per la psiche affaticata. In questo ritiro ctonio tra le vette di Dewa, il viaggiatore accorto non cerca una semplice meta turistica, ma una catarsi profonda: la riscoperta di quel vuoto fertile in cui la mente, spogliata d’ogni orpello, torna finalmente a sentire il proprio sussurro interiore.

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