
LIGURIA – Esiste una Liguria che non compare nelle brochure patinate, nei discorsi ufficiali o nelle conferenze stampa. È la Liguria delle corsie affollate, delle liste d’attesa infinite, delle speranze consumate nei corridoi degli ospedali e dei cittadini che ogni giorno si chiedono se ammalarsi qui non sia diventata una colpa. La provincia di Imperia rappresenta, per molti residenti, il simbolo di una crisi che non è più episodica ma strutturale. Una terra meravigliosa, ricca di storia e bellezza, che sembra però incapace di garantire ai propri cittadini ciò che dovrebbe essere il più elementare dei diritti: una sanità efficiente, accessibile e tempestiva. La realtà percepita da moltissime famiglie è semplice quanto drammatica: se hai disponibilità economiche puoi cercare una soluzione altrove. Se possiedi un’automobile, se puoi affrontare centinaia di chilometri, se puoi permetterti alberghi, benzina, autostrade, visite private e giorni di lavoro persi, allora puoi inseguire la speranza fuori dalla Liguria. Sempre più cittadini scelgono di curarsi in Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna o Toscana perché ritengono di poter trovare tempi più rapidi o servizi più adeguati. È una mobilità sanitaria che per molti rappresenta una necessità, non una scelta. Ma chi non dispone di quei mezzi? Chi è anziano, solo, invalido, fragile o vive con una pensione minima spesso non ha alcuna alternativa. Rimane fermo. Aspetta. Aspetta una visita. Aspetta un esame. Aspetta un ricovero. Aspetta un intervento. E quell’attesa, quando riguarda una malattia, non è mai soltanto un’attesa: è paura, sofferenza e perdita di qualità della vita. Per molti cittadini la sanità pubblica ha smesso di essere una certezza ed è diventata una lotteria. Non dovrebbe esistere un diritto alla salute diverso a seconda del reddito, dell’età o del luogo in cui si vive. Eppure questa è la sensazione che numerosi liguri raccontano ogni giorno. Gli ospedali, in molte strutture, vengono descritti dai cittadini come edifici che mostrano il peso degli anni, con spazi che richiederebbero importanti interventi di ammodernamento e una cronica carenza di personale che mette sotto pressione medici, infermieri e operatori sanitari. Chi lavora in corsia si trova spesso a operare in condizioni difficili, con organici ridotti e turni pesanti, una situazione che inevitabilmente si riflette anche sulla qualità percepita dell’assistenza. Il problema, quindi, non può essere ridotto al valore dei singoli professionisti. Il vero fallimento è di un sistema che troppo spesso li lascia senza strumenti, senza rinforzi e senza una programmazione capace di rispondere ai bisogni del territorio. Intanto la politica continua a promettere riforme, investimenti e rilanci. Ma le promesse non curano un tumore, non abbreviano una lista d’attesa, non aprono un reparto chiuso e non restituiscono serenità a una famiglia che aspetta una diagnosi. La Liguria rischia di trasformarsi in una regione dove la geografia decide il destino delle persone. Dove nascere nel posto sbagliato significa partire già con meno possibilità. Dove la distanza da un ospedale efficiente diventa un ostacolo tanto quanto la malattia stessa. E questa è forse la sconfitta più grave di tutte. Perché uno Stato e una Regione si misurano soprattutto da come proteggono i cittadini più deboli, non quelli che hanno i mezzi per trovare una soluzione altrove. Una società civile non può accettare che la speranza abbia un prezzo, che la salute dipenda dal portafoglio o che la rassegnazione diventi la terapia più diffusa. Quando i cittadini iniziano a pensare che, per curarsi davvero, debbano lasciare la propria terra, significa che non è solo la sanità ad aver perso credibilità: è l’intero patto di fiducia tra istituzioni e popolazione ad essersi incrinato.









