
C’è un viaggio che non compare sulle mappe, che non ha itinerari turistici né indicazioni stradali. È un percorso fatto di deviazioni forzate, attese estenuanti e piccoli grandi ostacoli che, per molti, restano invisibili. È il viaggio quotidiano di chi vive su una carrozzina. A raccontarlo è Roberto, che ha scelto di condividere la sua esperienza senza filtri, mettendoci la faccia e il tempo. Una testimonianza preziosa, che accende i riflettori su una realtà spesso ignorata: quella delle persone con disabilità motorie alle prese con città ancora lontane dall’essere davvero accessibili.
Una giornata qualunque che non è mai “normale”
Per chi cammina, uscire di casa è un gesto automatico. Per Roberto, invece, ogni uscita richiede pianificazione. “Devo pensare a tutto prima: marciapiedi, rampe, mezzi pubblici. Anche solo andare a prendere un caffè può trasformarsi in un’impresa”, racconta. Il primo ostacolo spesso si trova proprio sotto casa: marciapiedi troppo alti, scivoli inesistenti o occupati da auto parcheggiate. Basta poco per bloccare completamente il passaggio. “A volte devo fare giri lunghissimi per trovare un punto accessibile. E non sempre lo trovo.”
Trasporti pubblici: tra promesse e realtà
Uno dei nodi più critici resta quello dei trasporti. Autobus teoricamente attrezzati che, nella pratica, non funzionano o non vengono utilizzati correttamente. “Mi è capitato di aspettare anche tre mezzi prima di poterne prendere uno. O perché la pedana era rotta, o perché l’autista non sapeva come usarla.” Situazioni che per molti rappresentano semplici inconvenienti, ma che per chi è in carrozzina significano rinunce: a un lavoro, a un appuntamento medico, a una vita sociale normale.
Barriere architettoniche e culturali
Le barriere non sono solo fisiche. Roberto sottolinea anche quelle culturali: “Spesso il problema è l’atteggiamento. C’è chi non ci pensa, chi occupa uno scivolo per ‘solo cinque minuti’, chi guarda ma non vede.” Negozi con un solo gradino all’ingresso, ristoranti senza servizi accessibili, uffici pubblici difficili da raggiungere: piccoli dettagli che, sommati, costruiscono un sistema escludente.
Il diritto all’autonomia
Quello che emerge dalla testimonianza è un concetto chiaro: l’accessibilità non è un favore, ma un diritto. “Io non chiedo trattamenti speciali. Voglio solo poter fare le stesse cose degli altri, senza dover ogni volta lottare.” Un diritto che riguarda non solo le infrastrutture, ma anche la possibilità di vivere in autonomia, di muoversi liberamente, di partecipare alla vita sociale senza ostacoli.
Una responsabilità collettiva
Il racconto di Roberto non è una denuncia fine a sé stessa, ma un invito alla consapevolezza. Perché rendere una città accessibile non è solo compito delle istituzioni, ma anche dei cittadini. “Basterebbe poco: più attenzione, più rispetto. Non occupare gli spazi riservati, segnalare i problemi, pretendere soluzioni. È una questione di civiltà.”
Dare voce a chi spesso non viene ascoltato
Questa testimonianza nasce da un incontro, da un tempo condiviso e da una volontà precisa: raccontare ciò che spesso resta ai margini. Un grazie sincero a Roberto, per aver scelto di esporsi, di raccontarsi e di trasformare la propria esperienza in uno strumento di riflessione per tutti. Metterci la faccia non è mai semplice, ma è spesso il primo passo per cambiare le cose. Perché finché questo viaggio resterà invisibile, continuerà a essere un’odissea. E invece merita di diventare, finalmente, un percorso accessibile a tutti.
Grazie Roberto!









