
Dopo mesi di tensioni interne e il crollo dei consensi, l’ex premier cede il passo. Il “Re del Nord” fa il suo ritorno trionfale a Westminster ed è pronto a guidare il Paese.
LONDRA (Regno Unito) – Finisce dopo meno di due anni l’era di Keir Starmer alla guida del governo britannico. Con una mossa che certifica una crisi politica latente ma acceleratasi drammaticamente nelle ultime settimane, l’ormai ex Primo Ministro si è recato in mattinata a Buckingham Palace per rassegnare formalmente le proprie dimissioni nelle mani di Re Carlo III. Pochi minuti dopo, il sovrano ha ricevuto in udienza Andy Burnham, invitandolo ufficialmente a formare un nuovo esecutivo. Per il Regno Unito si tratta del settimo cambio della guardia a Downing Street nell’arco di un decennio, a testimonianza di una stagione di profonda e persistente instabilità politica.
La parabola di Starmer e le ragioni dell’addio
L’annuncio delle dimissioni arriva al culmine di un periodo logorante per Starmer, passato in tempi record dal trionfo elettorale dell’estate 2024 a livelli di impopolarità storici. A pesare sul destino del premier uscente è stata una combinazione fatale di fattori: la stagnazione economica, i continui dietrofront su dossier cruciali (come il welfare e i sussidi energetici) e, non ultima, una dura batosta alle elezioni locali che ha palesato il diffuso malcontento dell’elettorato.
Le ultime parole da premier: «Ogni decisione che ho preso è stata guidata dall’amore per questo Paese e dalla volontà di metterlo al primo posto. Ed è per lo stesso motivo che oggi faccio un passo indietro, per garantire una transizione ordinata e dare al governo la stabilità di cui ha bisogno», ha dichiarato un visibilmente commosso Starmer sul pulpito di Downing Street. La spinta decisiva verso il baratro politico è arrivata però dall’interno dello stesso Partito Laburista, stanco di un approccio giudicato troppo rigido e tecnocratico, e culminata con l’elezione suppletiva di Makerfield, che ha segnato il ritorno ufficiale in Parlamento di Andy Burnham, accelerando la resa dei conti.
L’ascesa di Andy Burnham: dal Nord a Whitehall
Andy Burnham, 56 anni, non è certo un volto nuovo, ma la sua traiettoria recente lo ha trasformato nell’alternativa naturale all’establishment londinese. Dopo aver ricoperto ruoli ministeriali nei governi di Tony Blair e Gordon Brown, Burnham aveva lasciato Westminster per diventare sindaco della Greater Manchester. Da quella roccaforte settentrionale ha costruito il mito del “King of the North” (il Re del Nord), ergendosi a paladino delle comunità deindustrializzate e critico severo della centralizzazione del potere a Whitehall. Il suo ritorno in Parlamento e la successiva, schiacciante vittoria alle primarie lampo del partito lo hanno proiettato direttamente al numero 10 di Downing Street. Burnham si presenta all’opinione pubblica forte di uno stile comunicativo empatico e “alla mano”, che contrasta nettamente con la rigidità formale del suo predecessore.
Le sfide del nuovo esecutivo
Il compito che attende il neo-premier è monumentale. Nel suo discorso programmatico, Burnham ha promesso di “ricablare” il sistema politico ed economico britannico, ponendo l’accento sul contrasto alla crisi del costo della vita e sul potenziamento dei servizi pubblici. Tra le sue priorità figurano un massiccio piano di edilizia popolare e una profonda riforma del welfare, sebbene le prime indiscrezioni sulla composizione del gabinetto, in particolare la scelta dei ministri chiave per le finanze e l’immigrazione, stiano già sollevando i primi malumori nell’ala più a sinistra del Labour. Resta inoltre da sciogliere il nodo delle opposizioni: i conservatori accusano Burnham di non avere un mandato popolare diretto da elezioni generali, mentre le forze della destra populista invocano già a gran voce il ritorno alle urne. Per il “Re del Nord” la luna di miele rischia di essere brevissima; da oggi la sua retorica del riscatto territoriale dovrà fare i conti con la dura realtà di un Paese affamato di risposte concrete.









