Di Stella Camelia Enescu
Tante pagine musicali sembrano nate per essere ascoltate, altre, invece, sembrano nate per essere viste. “L’Ouverture 1812” di Piotr Ilici Ceaicovsky appartiene a queste ultime. Chiude gli occhi l’ascoltatore e, senza accorgersene, vede sorgere le cupole dorate di Mosca, sente il profumo dei boschi di betulle, osserva la neve ricoprire le immense pianure russe e, in lontananza, distingue il rombo di un esercito che avanza. È quasi un film, scritto molti anni prima dell’invenzione del cinema. Eppure Ceaicovsky racconta la guerra con il fragore delle armi. La racconta con il linguaggio delle emozioni.

L’Ouverture fu composta nel 1880 per commemorare la vittoria della Russia sull’armata napoleonica del 1812. Ma il compositore non si limita a descrivere un episodio storico: costruisce una vera architettura sonora, dove ogni tema musicale rappresenta un personaggio, ogni strumento diventa un narratore e ogni colore orchestrale possiede un preciso significato. La prima voce che ascoltiamo non appartiene agli uomini. È quella della fede. I violoncelli e le viole intonano l’antico inno liturgico ortodosso «O Signore, salva il tuo popolo». Non c’è ancora alcun conflitto. C’è soltanto il raccoglimento di un popolo che affida il proprio destino alla preghiera. Gli archi suonano con un’intensità quasi corale, sostenuti da armonie semplici ma profondissime. È una musica che non chiede di essere ammirata: invita al silenzio. Poi, lentamente, il paesaggio si anima. I flauti sembrano imitare il vento che attraversa le foreste. Gli oboi ricordano il canto lontano dei pastori. I clarinetti aggiungono un colore morbido e vellutato, mentre gli archi intrecciano melodie popolari russe che evocano la vita quotidiana, i villaggi, il lavoro nei campi, la serenità prima della tempesta. Ceaicovsky dipinge con i timbri. Nessuno, come lui, sapeva trasformare l’orchestra in una tavolozza di colori. Ogni famiglia di strumenti possiede una funzione narrativa: gli archi raccontano i sentimenti, i legni descrivono la natura, gli ottoni rappresentano la forza e il destino, le percussioni danno voce agli eventi. Improvvisamente il clima cambia. Come una nube che oscura il sole, appare “La Marseillaise”, voce musicale dell’invasore: le trombe la espongono con decisione, sostenute dagli ottoni. La melodia sembra avanzare con sicurezza, quasi inarrestabile. Ma il compositore non la lascia trionfare, inizia un dialogo musicale, una straordinaria contrapposizione tra il tema francese e quello russo. Non è soltanto uno scontro di eserciti: è uno scontro di identità, di culture, di speranze. La scrittura orchestrale diventa sempre più raffinata. I violini eseguono passaggi rapidi e luminosi, mentre viole e violoncelli costruiscono un tessuto armonico ricchissimo. I contrabbassi aggiungono profondità, come se sotto la musica scorresse il peso stesso della storia. I corni, con il loro timbro caldo e nobile, evocano l’immensità delle pianure russe. Le trombe sono squilli di battaglia. I tromboni e la tuba sembrano scolpire montagne sonore. Il timpano batte come un cuore gigantesco. Poi arrivano le campane. Non sono un semplice effetto orchestrale. Nella cultura russa le campane possiedono un significato quasi mistico; ogni rintocco è una voce che unisce cielo e terra, fede e popolo. Per questo, nel finale, sembrano annunciare non soltanto una vittoria militare, ma il ritorno della speranza. E infine i cannoni. Sedici colpi, previsti con precisione nello spartito. È forse l’unico caso nella storia della musica in cui un’arma diventa parte integrante dell’orchestra. Ma non rappresentano l’esaltazione della guerra. Sono il simbolo della sua conclusione, l’ultimo grido prima che torni il silenzio.

Curiosamente, Ceaicovsky, non era convinto del valore di questa composizione. In una lettera scrisse che l’aveva realizzata quasi senza trasporto, definendola più spettacolare che profonda. Quanto si sbagliava. Oggi “L’Ouverture 1812 “ è una delle opere più amate del repertorio sinfonico. Viene eseguita nelle grandi piazze, nei festival estivi, davanti a migliaia di persone, spesso accompagnata da spettacolari giochi di luce e fuochi d’artificio. È un destino curioso. L’opera che il compositore giudicava una semplice commissione è diventata uno dei simboli universali della musica romantica. Ascoltandola, è impossibile non pensare anche alla grande letteratura russa. Le sue pagine sembrano dialogare con “Guerra e pace” di Lev Tolstoi. Entrambe raccontano l’invasione napoleonica, entrambe mostrano che la vera forza di un popolo non nasce dalle armi, ma dalla memoria, dalla cultura e dalla capacità di resistere. Forse è proprio questo il segreto dell’”Ouverture 1812”. Non sono i cannoni a emozionarci, non sono le campane, non è neppure la grandiosità dell’orchestra. È il miracolo con cui Ceaicovsky riesce a trasformare il rumore della storia nella poesia della musica. Ed è per questo che, a distanza di oltre un secolo, ogni volta che l’ultimo accordo risuona nell’aria, non ascoltiamo soltanto una composizione. Ascoltiamo una nazione che ritrova la propria voce. Ascoltiamo un compositore che, con il linguaggio universale della musica, ci ricorda che la pace è sempre il finale più bello di qualsiasi sinfonia.










