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L’ultima domenica di agosto e la festa perduta di Santa Lucia: la ‘Nzegna

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C’è una coincidenza che oggi torna a far parlare la storia. Il 30 agosto 2026 cade nell’ultima domenica del mese, proprio il giorno in cui per secoli i luciani (abitanti di Santa lucia) festeggiavano la loro festa più sentita: la ‘Nzegna.

Non era una semplice festa di quartiere, era una festa di popolo, nel senso più vero, musica per le strade, barche in mare, tavole apparecchiate, scherzi, tuffi collettivi e al centro di tutto quel mare che per Santa Lucia era lavoro, vita e destino.

Per capirla davvero bisogna tornare a com’era Santa Lucia prima che le grandi colmate tra Otto e Novecento ne cambiassero il volto. Ai piedi di Pizzofalcone, a due passi dal Palazzo Reale, viveva una comunità compatta di pescatori e marinai. I luciani erano famosi in tutta Napoli per come sapevano nuotare, remare, pescare, uomini d’acqua, che con i Borbone avevano costruito un rapporto unico.

Ferdinando IV, il Re Lazzarone, li adorava. Quando la vita di corte gli andava stretta, usciva dal Palazzo, raggiungeva il Molosiglio e, vestito da pescatore, si mescolava a loro, parlava napoletano come loro, vendeva il pesce appena pescato, mangiava pizza e maccheroni con le mani in mezzo alle risate. Era particolarmente legato agli ostricari di Santa Lucia, suoi fornitori di fiducia e corporazione fedelissima alla dinastia, non a caso, gran parte degli ufficiali della Marina borbonica veniva proprio da quel borgo.

Tanucci stesso guardava con sospetto a quella confidenza così poco regale.

La festa più importante dopo la Piedigrotta, a Napoli, era proprio la loro. La ‘Nzegna si celebrava ogni anno nel borgo di Santa Lucia in onore della Madonna della Catena. La piccola chiesa, edificata nel Cinquecento, allora aveva il mare praticamente sulla soglia.

La devozione nasce da una storia lontana: a Palermo, nella chiesa di Santa Maria del Porto, tre marinai ingiustamente condannati a morte e tenuti in catene sarebbero stati liberati dall’intervento miracoloso della Vergine, che spezzò i loro ceppi. Da quel miracolo nacque il culto che i luciani portarono a Santa Lucia.

Era la festa che chiudeva il mercato dell’acqua, il periodo più redditizio per i pescatori. Con il benestare del Re Lazzarone divenne un appuntamento cittadino, resistendo fino agli anni Cinquanta del Novecento. Festa religiosa, sì, ma anche rito pagano e sociale: per un giorno saltavano le distinzioni, nessuno era più re o plebeo, erano tutti popolo, tutti uniti da una sola lingua, il napoletano.

Il rituale era preciso. Al mattino i luciani bruciavano i vestiti vecchi e ne indossavano di nuovi, poi si ritrovavano davanti alla chiesa di Santa Maria della Catena per ringraziare la Madonna, da lì partiva il corteo, tra canti, balli e musica, ad aprirlo c’era il Pazzariello, il giullare, seguito da una frotta di scugnizzi, il percorso andava da Castel dell’Ovo a Piazza del Plebiscito.

In piazza il corteo si ingrossava: finti cortigiani, finti soldati borbonici e, su una carrozza, una coppia di anziani del borgo travestiti da Re Ferdinando e da Maria Carolina. Non era raro che tra la folla, a guardare divertito, ci fosse il vero re, prima Ferdinando IV e poi Ferdinando II.

La processione tornava verso il Borgo Marinari, lì, su un palco costruito sull’acqua, i due finti sovrani assistevano ai giochi in mare, e qui avveniva il gesto simbolo: come faceva il vero Ferdinando per devozione alla Madonna, ci si gettava in mare completamente vestiti. Era l’inizio del bagno collettivo, un rito purificatore e propiziatorio, i giovani pescatori venivano buttati in acqua e poi ripescati: una vera iniziazione al mare, per esorcizzarne i pericoli.

Il finale era al Molo Beverello, decine di barche addobbate con bandiere e insegne colorate – le ‘nzegne – prendevano il largo, i luciani vi salivano insieme al finto corteo reale e, tra preghiere e invocazioni alla Madonna della Catena, chiedevano protezione e grazie al mare. Intorno, festa continua, cibo, musica e tuffi, capitava spesso che anche qualche spettatore distratto finisse in acqua, preso di peso e scaraventato tra le risate generali.

Da dove viene quel nome strano, ‘Nzegna’? Le ipotesi si intrecciano, per alcuni storici viene proprio dalle insegne, dalle bandiere colorate delle barche, per i luciani stessi, invece, viene da ‘nzegnare’, cioè insegnare in napoletano: insegnare a rispettare il mare, a nuotare, a non prenderlo sottogamba, altri ancora raccontano di una bandiera legata in cima a un palo insaponato di una barca: i ragazzi dovevano arrampicarsi senza cadere per prenderla, e per altri era semplicemente il giorno in cui si insegnava a nuotare, buttando in acqua i più giovani per il loro battesimo di mare.

Nel 1953 la storia si interruppe tragicamente, durante i giochi un ragazzo annegò, le autorità vietarono i tuffi e i riti più spericolati e una tradizione che aveva attraversato i secoli si spense. Restano le foto di quell’ultima stagione: uomini in acqua, ragazzi abbracciati, una folla assiepata sulla banchina, una Santa Lucia irriconoscibile oggi.

Poco dopo arrivarono le colmate, le nuove strade, i palazzi, il mare fu allontanato dalle case. La chiesa della Madonna della Catena, che un tempo aveva l’acqua davanti alla porta, si ritrovò circondata da asfalto, il borgo marinaro diventava la Santa Lucia turistica che conosciamo.

E quella stessa chiesa custodisce un paradosso che è tutta Napoli, lì è sepolto Francesco Caracciolo, l’ammiraglio che nel 1799 scelse la Repubblica Napoletana e che, al ritorno dei Borbone, fu impiccato all’albero della fregata Minerva e gettato in mare, furono proprio i pescatori di Santa Lucia, i fedelissimi dei Borbone, a recuperarne il corpo e a dargli sepoltura nella loro chiesa.

Oggi passeggiando per Santa Lucia è difficile immaginare quella scena: gli abiti nuovi buttati in mare, le barche piene di bandiere, il finto Ferdinando con la sua Maria Carolina e il bagno liberatorio di un intero quartiere. Eppure è accaduto davvero, ed è durato molto più di quanto immaginiamo.

Nella ‘Nzegna non c’era solo folklore, c’era la Napoli dei pescatori prima della colmata, la devozione per la Madonna della Catena, un re che preferiva una barca a un trono e una comunità che ha saputo tenere in vita i suoi riti fino a quando il mondo che li aveva generati non è scomparso del tutto.

 Domenica 30 agosto, ultima domenica del mese, il calendario ci regala per un giorno il ricordo di quell’altra Santa Lucia. Quella dei luciani, delle barche, del re pescatore e degli abiti destinati a finire in mare.

Antonietta Cacace

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