domenica, Agosto 9, 2026
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L’ultimo scatto del Capitano e il commosso abbraccio dei popoli: Milano e lo sport piangono la semplicità immortale di Franco Baresi

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MILANO – Sotto la navata solenne e l’arcata millenaria della Basilica di Sant’Ambrogio, si è levato un coro silente che ha valicato ogni steccato di appartenenza, fede calcistica o ceto sociale. I funerali di Franco Baresi, icona imperitura del calcio mondiale e capitano di mille battaglie rossonere e azzurre, non sono stati soltanto il doveroso tributo a una leggenda dello sport, ma la celebrazione catartica di un modello umano che la frenesia contemporanea pare aver del tutto smarrito. Una folla oceanica, composta da compagni di un tempo, vertici delle istituzioni, avversari storici e persone comuni col volto segnato dalle lacrime, si è stretta in un abbraccio corale per l’ultimo saluto a un uomo rimasto cristallino e autentico nonostante i trionfi e l’immensa notorietà. Fuori dal tempio milanese, tra lo sventolio di bandiere e gli striscioni d’affetto esposti dai tifosi, l’aria trasudava quell’ammirazione incondizionata che si riserva soltanto ai grandi della storia. Attorno al Feretro si sono ritrovate le glorie dell’epoca d’oro da Paolo Maldini a Marco van Basten e Daniele Massaro, affiancate da rivali d’un tempo come Beppe Bergomi e dirigenti di ogni colore politico e sportivo, tutti uniti nell’onorare chi in campo non ha mai concesso un millimetro alla boria. Baresi è stato il simbolo di un’epoca in cui la ricchezza materiale, pur arrivata in misura copiosa con il professionismo d’élite, non ha scalfito la rettitudine morale di chi era nato nella concretezza della terra bresciana, conservando fino all’ultimo giorno quell’umiltà sobria che incuteva rispetto prima ancora di qualsiasi tatticismo. In un’epoca in cui lo spettacolo calcistico appare spesso anestetizzato dall’ostentazione superficiale e dall’edonismo digitale, il ricordo di Franco Baresi emerge come un faro di etica e sobrietà. Guadagnare cifre iperboliche non ha mai mutato la sua fibra: per vent’anni ha guidato il Milan e la Nazionale con la forza pacata dell’esempio, trasformando la fascia da capitano in un sacerdozio laico fatto di sacrificio, rispetto per l’avversario e dedizione incondizionata. Il tributo resogli a Milano dimostra che il pubblico non dimentica chi sceglie di rimanere umano al cospetto del successo, preferendo la misura del silenzio alle fanfare della vanità. L’uscita del feretro dal sagrato, salutata da un lungo e scrosciante applauso unanime che ha unito sciarpe rossonere, nerazzurre e maglie azzurre, lascia un’eredità immateriale d’inestimabile valore per lo sport e per la società civile intera. Franco Baresi si congeda dalla scena terrena senza aver mai ceduto alla tentazione dell’arroganza, insegnando che il vero valore di un campione si misura non soltanto dai trofei alzati al cielo, ma dalla capacità di rimanere semplici, intatti e giusti dentro. La sua lezione di dignità rimarrà un punto fermo, uno stendardo etico destinato a sventolare per sempre oltre il tempo e la memoria.

 

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