Il Caso Roggero: Quando la coerenza della Legge si scontra con il senso della Giustizia
Con la condanna definitiva a 14 anni e 9 mesi di reclusione per il gioielliere piemontese Mario Roggero, si è chiuso il sipario giudiziario su una delle vicende più divisive della cronaca italiana recente. Resta però aperto, più infuocato che mai, il dibattito pubblico. La domanda che rimbalza tra l’opinione pubblica e le aule di tribunale è sempre la stessa: questa sentenza è davvero coerente?
La risposta non è univoca, perché dipende interamente dalla lente attraverso cui si sceglie di osservare la realtà: quella fredda del codice penale o quella calda dell’esperienza umana.
Se guardiamo l’applicazione tecnica delle norme vigenti, la decisione dei giudici è lineare e rigorosa. Il punto nodale attorno a cui ruota l’intera vicenda è il fattore tempo, l’elemento che per il nostro ordinamento traccia il confine sacro della legittima difesa. I filmati della sorveglianza hanno ricostruito una dinamica priva di zone d’ombra giuridiche: la rapina all’interno del negozio si era conclusa, i malviventi erano usciti in strada e stavano salendo a bordo di un’auto per fuggire.
Nel momento in cui Roggero ha impugnato il revolver e ha iniziato a sparare, colpendo a morte due rapinatori e ferendone un terzo, né lui né la sua famiglia correvano più un pericolo di vita immediato. Per i magistrati, sanzionare quella reazione come omicidio volontario era l’unica scelta coerente con un principio cardine della nostra civiltà giuridica: la vita umana vale più del patrimonio e lo Stato non può legittimare la giustizia privata, specialmente quando il reato si sta esaurendo.
Se per il diritto la decisione è impeccabile, per il senso comune essa appare profondamente contraddittoria e ingiusta, perché si scontra con la psicologia del trauma e con l’equità sostanziale. La legge pretende da una vittima di rapina una lucidità quasi disumana. Chiede a un uomo di oltre settant’anni, che ha appena visto la moglie e la figlia minacciate di morte e picchiate, di saper tracciare in pochi secondi un confine netto tra il pericolo e la fuga.
Chi contesta la sentenza fa notare che sotto l’effetto di un simile picco di adrenalina e terrore, il cervello umano entra in uno stato di shock che rende impossibile calcolare a freddo la proporzione della risposta. Isolare l’azione da questo contesto, e dal trauma di una precedente e violentissima rapina subita da Roggero nel 2015, significa giudicare i fatti in un vuoto pneumatico. A questo si aggiunge il paradosso del risarcimento di quasi mezzo milione di euro alle famiglie dei rapinatori, vissuto dall’opinione pubblica come un’intollerabile inversione dei ruoli tra vittime e carnefici.
La “coerenza” della sentenza Roggero è, in definitiva, una coerenza di sistema. La macchina giudiziaria ha funzionato per come è stata progettata, applicando le regole scritte per garantire che l’uso della forza rimanga un monopolio dello Stato. Il problema è che questa linearità formale non riesce a sanare la ferita morale nel corpo sociale. Quando la legge si dimostra incapace di comprendere la vulnerabilità della vittima, finisce per apparire burocratica e lontana. Il caso Roggero dimostra come, a volte, la perfetta coerenza di un verdetto possa coincidere con una profonda sconfitta sul piano dell’empatia e della giustizia percepita. Bisogna accettare che La giustizia è un concetto in evoluzione. Ciò che era considerato “giusto” cinquant’anni fa ( si pensi al delitto d’onore o al matrimonio riparatore in Italia ) oggi ci appare mostruoso. Le sentenze applicano le leggi del loro tempo. Questo significa che la giustizia legale è sempre un gradino indietro rispetto all’evoluzione della coscienza sociale e morale.
* Opinionista









