C’è un paradosso matematico che agita la politica italiana contemporanea. Esiste un’area culturale, quella che unisce europeisti, riformisti e liberali, che sulla carta rappresenta una quota di elettorato potenziale a doppia cifra: un bacino fatto di professionisti, ceto produttivo, astensionisti delusi dal bipolarismo e cittadini in cerca di pragmatismo. Eppure, nelle urne, questa galassia si ritrova quasi sempre polverizzata, vittima di una frammentazione che ne azzera il peso specifico. La domanda che rimbalza tra le segreterie e i pensatoii dell’area è se sia possibile trovare una formula per invertire la rotta. La risposta, ironia della storia, è custodita in un brevetto politico depositato trentadue anni fa da Silvio Berlusconi: la formula federativa del 1994.
Nel dibattito politico attuale, la parola “federazione” viene spesso confusa con quella di “partito unico”. È qui che si consuma il primo malinteso. Nel 1994, il Cavaliere non cercò l’omogeneità ideologica; al contrario, compì un capolavoro di ingegneria geopolitica unendo due mondi che si respingevano apertamente. Al Nord strinse il Polo delle Libertà con la Lega autonomista di Umberto Bossi; al Sud il Polo del Buon Governo con la destra centralista di Gianfranco Fini. I due alleati si detestavano e proponevano visioni dello Stato opposte, ma Berlusconi impose una tregua pragmatica fondata su una regola d’oro: l’unione elettorale precede la sintesi programmatica.
Per l’area riformista e liberale odierna, questo approccio non è solo una suggestione, ma l’unica via di sopravvivenza. Il tentativo di costruire un partito unico del Centro si è regolarmente infranto sulle scogliere delle leadership personali e delle sfumature identitarie. Il purismo ideologico – il vizio di discutere per mesi sul posizionamento di una virgola nel programma o sulle vecchie ruggini del passato – ha trasformato un’area potenziale di governo in un condominio litigioso. La formula del ’94 suggerisce l’esatto contrario: accettare la diversità dell’alleato come un valore aggiunto per sommare consensi, rimandando la sintesi al lavoro parlamentare.
Tuttavia, replicare quel modello richiede tre condizioni che oggi faticano a materializzarsi. La prima è la generosità del “perno”. Nel 1994, Forza Italia era il pivot indiscusso della coalizione, eppure Berlusconi fu straordinariamente generoso nel cedere seggi sicuri agli alleati pur di tenerli dentro il progetto. Oggi, tra le forze riformiste, manca un leader o un movimento abbastanza forte da fare un passo di lato per fare spazio agli altri, preferendo spesso la competizione per una frazione di percentuale all’investimento su una casa comune.
La seconda condizione è la narrazione di una polarizzazione simmetrica. Berlusconi compattò il suo elettorato agitando lo spauraccio del pericolo post-comunista. Oggi, i liberali e gli europeisti possono ritrovare una missione comune solo se riescono a presentarsi come l’unica alternativa credibile a un bipolarismo bloccato: da un lato l’estremismo della destra sovranista, dall’altro il populismo assistenzialista. Solo l’allarme per l’isolamento internazionale dell’Italia può fungere da collante emotivo per superare i tatticismi.
Infine, c’è il fattore strutturale. Il sistema elettorale degli anni Novanta imponeva le coalizioni con la durezza del maggioritario; il meccanismo attuale, pur punendo chi corre da solo sotto le soglie di sbarramento, lascia spesso l’illusione ottica dell’autosufficienza fino al giorno dello spoglio.
In definitiva, la formula federativa è una cattedra di pragmatismo a cui i riformisti dovrebbero sedersi. Abbandonare l’utopia del partito unico e abbracciare il realismo di un cartello elettorale plurale è l’unico modo per dare rappresentanza a quell’Italia moderata e competente che oggi sceglie l’astensione. Resta da capire se i leader dell’area avranno lo stesso coraggio geometrico che, nel 1994, cambiò per sempre le regole del gioco.
* Opinionista









