venerdì, Luglio 19, 2024
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Marco Cappato indagato per istigazione al suicidio: il caso finisce davanti alla Corte Costituzionale

Un nuovo capitolo si apre nel controverso caso di Marco Cappato, indagato per istigazione o aiuto al suicidio: il giudice per le indagini preliminari di Milano, Sara Cipolla, ha infatti disposto la trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale. La decisione arriva in un momento cruciale, mettendo sotto i riflettori il delicato tema del suicidio assistito in Italia. Cappato, noto esponente dell’Associazione Luca Coscioni, si era autodenunciato dopo aver accompagnato due persone, Elena Altamira, 69enne malata terminale di cancro, e Romano N., 82enne affetto da una grave forma di Parkinson, nella clinica svizzera “Dignitas” per il suicidio assistito. La procuratrice aggiunta Tiziana Siciliano e il pm Luca Gaglio avevano richiesto l’archiviazione del caso, ma il gip ha deciso diversamente, portando la questione davanti ai giudici costituzionali.

Il ricorso alla Corte Costituzionale

Al centro del dibattito vi è l’articolo 580 del codice penale, che sancisce la punibilità per chi agevola il suicidio. Il gip Cipolla ha sottolineato come sia “rilevante e non manifestamente infondata” la questione di legittimità costituzionale di tale articolo, in particolare quando si tratta di suicidio medicalmente assistito per persone non mantenute in vita da trattamenti di sostegno vitale ma affette da patologie irreversibili e sofferenze fisiche e psicologiche intollerabili. Queste persone devono aver manifestato una decisione libera e consapevole di porre fine alla propria vita.

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Il nodo cruciale del caso risiede nell’interpretazione del concetto di “trattamento di sostegno vitale”. Questo era già stato uno dei punti focali nel caso di Fabiano Antoniani, noto come dj Fabo, che aveva visto l’intervento della Consulta. Anche i giudici di Firenze avevano trasferito atti alla Corte Costituzionale in un altro caso simile, dove Cappato aveva aiutato un paziente affetto da sclerosi multipla.

“La questione giuridicamente rilevante – ribadisce il gip Cipolla – non riguarda il diritto alla morte, ma il diritto a una vita dignitosa”, soprattutto in fase terminale. A supporto della sua tesi, Cipolla cita Seneca: “Non vivere benum est sed vivere bene”, sottolineando l’importanza di una morte dignitosa.

Questo caso continua a sollevare dibattiti profondi e complessi sulla dignità della vita e il diritto di scelta del singolo individuo, con potenziali ripercussioni su future leggi e regolamenti riguardanti il fine vita in Italia.

 

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