Maria Teresa Liuzzo
Eutanasia d’Utopia
Editrice Jason, Reggio Calabria, 1997, Pagg. 270, Lire 30.000.
Recensione pubblicata su Pomezia-Notizie, luglio 2003, pagg. 19/24.
di Tito Cauchi
Premessa alla presente riflessione
La raccolta poetica di Maria Teresa Liuzzo, Eutanasia d’Utopia, si presenta in elegante veste tipografica nella collana ‘Poeti del secondo 900 italiano’. Il volume, piuttosto corposo, comprende 137 poesie e circa sessanta pagine dedicate all’Autrice; di queste ultime, quelle che precedono la raccolta, riportano notizie biografiche, un elenco di critici, una nota di Peter Russell, e finalmente la prefazione di Vincenzo Rossi a sua volta presentato da Orazio Tanelli, noto letterato italiano docente negli USA; e poi, quelle che seguono, riportano saggi, giudizi e note critiche sulle precedenti opere a firma di autorevoli critici, su cui non mi soffermo, per non condizionare l’esito della presente lettura; mentre, invece, giova soffermarsi sulla nota e sulla prefazione perché aiutano nella comprensione e sono utili in ogni caso. Da quanto precede si apprende come la Poetessa calabrese non sia nuova a questo genere di opere e quanti premi e riconoscimenti le siano stati riconosciuti.
Peter Russell, poeta inglese, che vive da molti anni in Italia, segnalato all’ambito Premio Nobel, riporta alcune definizioni, tra cui quella di Robert Graves, secondo il quale, le poesie devono essere “i resti di una razza visionaria”; quella di I. A. Richard che denomina “radicalmente naturalistica” ciò che il poeta chiama “appercezione diretta della vita come esperienza vissuta e sentita” della Nostra, la quale è riuscita “a fare a meno di tutto quell’apparato dell’occulto e dell’arcano che agli albori del modernismo furono così cari a Eliot, Pound e reats.” Spiega, inoltre, il perché “Ogni poesia è scritta in prima persona per le immagini che sovrastano la sua psiche, la sua spiritualità; immagini relative ad eventi vissuti, sofferti… ha qualcosa in comune con quel Walt Whitman evocato da Dino Campana.” (quest’ultimo può essere considerato l’ultimo fra i crepuscolari).
Vincenzo Rossi, docente, preside, nella prefazione si sofferma sul titolo, “in quanto lo riteniamo l’estrema sintesi del valore dell’opera … la presenza di Dante, dell’Ariosto, del Foscolo, del Leopardi, di D’Annunzio … [ma Essa] dimostra … un linguaggio assolutamente suo… nel macrocosmo (Creato) e nel microcosmo (il suo io) … colloca i termini in assoluta libertà anticipando o posticipando l’ordine rispetto la consuetudine, all’uso comune banalizzato … giunge ad una maturità alta e diffusa“. In sintesi, l’autorevole italianista e critico letterario, poggia l’architettura dell’opera su consolidate basi strutturate (mi esprimo così, per estrema semplicità) che possiamo individuare nelle quattro seguenti espressioni: “sentiendi facul tas, … nucleo emotivo potente e polisemico … [;] contrapposizione… una vasta possibilità di tecnica espressiva … [;] accumularsi delle allusioni che suscitano nel lettore avveduto un respiro di ampia spaziosità tra terra e cielo … [;] cosmica dilatazione … lei è raccolta dentro il microcosmo del suo ‘io’ a osservare, a sentire, a dolorare, a cercarsi’”. E, aggiungiamo, a cercare il divino “nei due sentimenti della Caritas, e della Pietas“.
Muovendomi come un comunissimo lettore, perché tale io sono, devo confessare di non averci capito niente, alla prima lettura, in quanto la comprensione si è presentata difficoltosa: tanto dal punto di vista formale, per via di frasi apparentemente disarticolate ove aggettivi, sostantivi e parti del discorso si susseguono quasi in maniera autonoma; tanto dal punto di vista sostanziale, per via di un contenuto inconsueto, almeno per il sottoscritto. Impressione, la mia, che è frutto di una unitarietà che andavo cercando nell’individuare un soggetto e che al momento mi sfuggiva: mi rimanevano briciole; il tutto, comunque, sempre in ombra. Ciascun componimento mi sembra emblematico, conduttore di un messaggio cifrato, frammentato, come tassello di un grande mosaico. Quello che mi sembra che affiori, fin da subito, è un animo in conflitto, nonostante che il linguaggio sia adornato e rechi squarci naturalistici. Le lacrime diventano acqua, mare e poi oceano; oppure si induriscono come creta o più spesso diventano pietra; la luce è quasi assente, è come uno schiaffo, una sferza, al suo posto c’è ombra, per usare le sue parole. Ecco che il ritorno alla prefazione si presenta utile (ma questo si verifica a posteriori).
Andando avanti, il corpo prende più consistenza sempre di ombre, rare aurore, notte, pietra, dolore. Sembra che il filo conduttore non sia rappresentato dal corpo, ma sia rappresentato dall’involucro del corpo stesso, che, tuttavia, è carico di tutta quella tensione accumulata nel suo interno. Ho voluto immaginarmi una voce parlante, fuori piano, esterna alla fonte emittente; la gran massa di parole, mi dà l’impressione che il protagonista o la protagonista, assorba tante sollecitazioni ed emetta a sua volta altrettanti segnali. Siamo nella fase iniziale delle sensazioni, anzi, forse prima delle stesse, appunto perché avvertite solo in superficie; non sono analizzate, non sembrano emozioni, non giungono come sentimenti, né come espressioni razionalizzate, non sono filosofia e nemmeno logica; il tutto sembra materiale raccolto per essere sottoposto ad uno psicanalista, per via di tantissimi simboli (non miti classici) che sono disseminati fino all’inverosimile (mi sembra che qualcosa di arcano ci sia). L’Autrice non se ne preoccupa, lei non è una filosofa, né deve rendere conto del senso logico immediato: lei è una poetessa e perciò ubbidisce ai dettami suoi interiori; ma non si creda che la scrittura sia buttata a vanvera, anzi, è bene organizzata, e vi si scorge un continuo connaturato artificio espressivo, che nel suo svolgersi, appare e suona spontaneo (il prof. Rossi ci aveva avvertito!). Ogni poesia potrebbe recitarsi nel chiuso di una camera tra sé e sé, nel ‘canto del silenzio‘, oppure in presenza di una platea, su un palcoscenico, ma a luci spente o a ‘luci d’ombra‘ (rubando due suoi titoli, pp. 90 e 91).
Mi avventuro tra i frammenti cercando i giusti tasselli. Mi soffermo su parole ricorrenti e frasi riportate in componimenti diversi, rifletto sul titolo dell’opera ‘Eutanasia d’utopia’ e me ne chiedo la ragione. Mi chiedo se si tratti di una morte assistita (o autoassistita, ma in tal caso si parlerebbe di suicidio), morte di un’idea o dell’ideale di un ‘qualcosa’; mi chiedo perché si arrivi a tanto: una malattia del pensiero, un’idea che non può realizzarsi, che la si ritiene perdente e perciò morente; tutto si vede nero, sempre in ombra Parole e frasi che si richiamano come per significare che si tratta di pensiero di lungo respiro, anzi ossessivo. Mi chiedo se sia il caso di partire da un ‘punto‘, per esempio dalla sua solitudine per giungere entro una selva ombrosa di sentimenti, oppure se sia il caso di partire da una realtà di per sé ombrosa per giungere alla sua solitudine. Non mi è sufficiente una sola lettura per compenetrarmi nei suoi pensieri, di cui si potrebbe dire, sembra che delle forze primigenie della natura umana si siano impossessate a insaputa della protagonista.
Sentimento prigioniero di una ossessione
Interpolando ed estrapolando pensieri sparsi di Maria Teresa Liuzzo, e sia pure con molta libertà interpretativa da parte dello scrivente, quello che segue è una bozza cui darò una connotazione, a chiusura della stessa. Così prendo le mosse dai seguenti versi: “prigioniero del sogno/ è il sentimento// Non sarei mai libera/ fuori dalla mia ‘prigione’// Naufragare vedo/ … / le tracce perdute/ di ogni regola umana. // naufragare sentivo/ nello specchio della vita.” (pp. 49, 61, 31, 66) in cui l’Autrice trasferisce, sul sole morente in fondo al mare, i suoi sentimenti, in una forma che azzardo definire una sorta di eutanasia.
Forse in un momento di confidenza, mista a simpatia, verso il poeta Peter Russell, di cui in premessa, al quale dedica il primo componimento, quasi a racchiudere l’arcano di quest’opera, confessa una “sedia / priva di vita.“, come per volersi elevare al di sopra delle questioni meramente terrene e, altrove specifica: “dove entrambi gli ‘scheletri’ / sposavano suoni diversi // dove vuota dondola una sedia / nel giardino delle stelle. // Seduta sto / sulla pietra che scolora i giorni / legando il tuo tormento al mio.” (pp. 19, 66, 75, 199), facendo rilevare uno spirito eletto, una solitudine, una sofferenza, un ‘tu’ colloquiale che dovremo esaminare, un senso di incomunicabilità.
Si interroga, ma sa già la risposta: “io so/ che il senso dell’eterno è proprio lì// dentro di me a cercare/ l’eterna linfa/ della muta parola. // Consunto il lutto … / l’eternità delle cose. // Si crede di essere amati/ e si cerca il blu dei cristalli/ come amaca d’eterno” (pp. 65, 76, 97, 102), la risposta sta dentro di noi, nella parola in cui possiamo trovare una via d’uscita, che poi viene rappresentata dalla poesia, sempre salvifica; alla sedia sostituisce adesso una amaca, in cui il corpo può distendersi fra le cose eterne e sognare, ma anche il sogno non reca conforto.
Il timore di altre sofferenze la sovrasta “Non a me crisantemi/ non a me altre lame/ … / I sogni identità non hanno; / il risveglio ci deprime// Non rondini ma falchi/ approdano sulla tensione del cuore// Il rombo della paura// nella cieca corsia del silenzio/ … / la tempesta del sangue/ alla flebo arenata del macigno,” (pp. 28, 36, 38, 60). Il fantasma della paura sembra assumere corpo “Forse mi amavate da piccola/ … / le ombre si incarnano, accusano, giudicano/ … / essere soli/ nella metamorfosi del tempo. // La catarsi temo// del riposo/ …. / corpi pietrificati di bimbi/ … sensi che nasceranno colpa” (pp. 159, 163); una paura, quella per sé, che comprende quella degli altri, diventando panismo.
Ripiegando su sé stessa svela le sue ragioni “e a stento sveglia resto/ tormentata/ al domani di non accedere// E il tuo rimane sogno/ a tormentarmi ancora// l’amore tormento della vita// Ora sol … / fosse anche utopia// il tormento a mutare/ di mare e sabbia. // prigioniera è/ … / dove insegue tormento di labbra” (pp. 39, 50, 160, 199, 206), forse è la ragione che si fa l’Autrice con un ‘tu’ colloquiale che sa molto di ‘io’ e di struggimento passionale.
Così torna indietro nel tempo, fino a regredire e a sdoppiarsi in quella fanciulla che non è mai stata: “Mi rimaneva il sonno/ … / di un’infanzia umiliata. // Ti rivedo Madre/ … / e mi chiedo cosa sia la Morte/ … / non lodatemi da morta/ … / tra germogli smarriti d’infanzia// eppure entrambi sappiamo/ di essere soli// fanciulla/ … / la mia mente/ continua a cercarti.” (pp. 136, 151, 159, 186); dove la madre e la morte assumono una connotazione quasi divina; un’accusa alla madre nelle sembianze terrene e una preghiera alla Madre divina.
La sua è preghiera muta rivolta anche all’Onnipotente, che nomina appena: “che ancora mi condanna/ a sentirmi figlia di nessuna// Chi sono? Non lo so. / … / estranea persino a me stessa. // Ti cercai dove tu non c’eri/ … / Sola ritornavo nel divino solco” (pp. 20, 33, 38), appoggiandosi alla fede di quel Cristo piagato al costato, che pare l’abbia abbandonata ad un destino desolato.
Per mitigare la sua pur legittima rabbia riconosce che “il deserto è fuori/ e dentro di noi. // e il relitto del giorno/ … / il vostro ‘non capire‘ / i bruschi sogni diurni, // Ed io/ dimenticata / dal morbo della vita // Sola ero / … / Al fianco mio il silenzio” (pp. 52, 63, 124, 217), ancora un motivo ricorrente che si lega al suo sentirsi sola; perciò, come è naturale, ci si aggrappa a quel barlume divino che, umanamente vediamo evanescente, invocando: “Mostrati o Signore// Cerchiamo quel Dio/ che ci faccia sentire ancora ‘Fratelli’// e nel cantuccio/ scheletro di bimbo/ sfinito alla bocca portai un pane d’ombra.” (pp. 35, 37, 125), chiudendo con una immagine pietosa che pesa come crimine commesso da tutta l’umanità civile, di cui la Poetessa sente il richiamo fraterno, che accomuna in un pianto sordo e muto. Non solo l’umano sentirsi soli, che si avverte, ma è il sentire soli anche tutti gli altri, abbandonati al proprio crudele destino: è la solitudine a cui sono condannati molti poeti, che prestano la propria pelle alla sensibilità del mondo.
Luce vestita d’ombra rischiara la solitudine
La visione non è idilliaca, non è neppure lugubre, tuttavia la vita è vista in chiave ombrosa “le sue trecce di luce// dove la luce/ s’è vestita d’ombra// Luci d’ombra/ Pianto di luce// danze di luce// pallida luce// luce di pensiero” (pp. 23, 68, 91, 96, 98, 105, 155), dove anche il sole quando appare, si presenta come uno ‘schiaffo‘ per significare quanto dolorosi siano il giorno, anzi la giornata, e per estensione, tutta l’esistenza.
Si direbbe che non resta che piangere, ma io aggiungo che anche il pianto è benefico quando è purificatore, quando ci libera da qualche angoscia; ma occorre soprattutto che queste lacrime ci siano, perché la poetessa Maria Teresa Liuzzo ci dice che la sua eroina non ha più lacrime per piangere ed esse sono come “lacrime di carne// lacrime dei sogni// ‘lacrima’ la penna// una lacrima che è mare. // salutari lacrime” (pp. 28, 34, 60, 107, 112), lacrime che riempirebbero un oceano, ma che non sgorgano, perché sono diventate di pietra; spiega l’asciuttezza delle stesse, la loro inutilità, perché non servono, in quanto: “Queste lacrime/ i fili/ tinteggiano del mondo// merletti di lacrime// Neppure le lacrime hanno senso// nella deforme apparenza del visibile// le lacrime stanche// e nelle gote del mattino/ lacrime ritrovo// un diadema di lacrime nere// e la luna trascinai l’ombra antica del pianto.” (pp. 143, 145, 176, 177, 191, 200, 207). Parrebbe dire che il mondo tutto è in lutto, perfino “1l riso si fa pianto. // la tragedia del marmo.” (pp. 127, 43), lasciamolo alle tombe; considerazione e invocazione che rimangono nel vuoto.
Le creature umane hanno tutte bisogno, e la poetessa non fa eccezione: “il Tuo rosario muto// e tu/ grumo di silenzio// Ho bisogno di te/ involucro di luce” (pp. 53, 63, 66), passando da un ‘tu’ colloquiale rivolto alla madre, a un ‘tu’ intimistico, per trasferirsi più appresso in un ‘tu’ universale, riferito al pianeta donna: “Tu, donna/ …. / naia e moria tra intrecci di stenti// Un sogno tu sei/ o i1/ riflesso di esso. // non vorrai addebitarmi/ il ‘dazio’ della parola, / … / Ti inseguo sogno per non morire;” (pp. 70, 75, 88) rivelando la sua natura femminile nell’aspetto più dolce del bisogno di affetto che trova nel sogno, che non deve mai morire.
I sogni, si sa, non procedono per ordine prestabilito (nel giudizio alla veglia), così fra i ricordi di infanzia, traslati su tante realtà contemporanee, appaiono figure isolate: “Ti rivedo soldato bambino/ confonderti tra le mine del campo; // Ora tu sai e io so. // tu e io:/ un’ombra sola// non sarò mai la tua mente” (pp. 90, 99, 114, 120); certo qualche perplessità rimane dinanzi a un interlocutore muto che transita da una figura all’altra; l’Autrice lo sa e si rivolge ora alla sua fantasia, ora alla ‘vita’ personificata: “E tu o chimera ridi/ del mio male// Fanciulla/ … / La mia voce eri, // Nel tuo respiro/ a perdermi continuo,” (pp. 137, 192, 214), ancora anelando la fanciulla che è rimasta oppressa dentro di lei.
Ma il peso che grava sulla nostra protagonista, le fa ammettere che: “Nell’ansia della notte/ ... / ad adagiarsi sull’umana sconfitta// non rimane/ che il rimedio dell’ombra// per scoraggiare/ certi fallimenti/ … / figli dell’incertezza. // e insicuro trema// Non vedo nascere i figli/ della coscienza: / … / la morte vivrò// senza essere vita/ né morte.” (pp. 21, 182, 184, 193, 203), credo che si tratti della sua resistenza a non cedere alle trappole o alle debolezze del cuore, pur avendo consapevolezza, così, di vivere in una specie di limbo; d’altronde, abbiamo visto in precedenza, come si sentiva naufragata, come in cielo vedeva “Non rondini ma falchi;” (p. 61).
Non deve essere facile la vita per questa eroina che vogliamo immaginare, muoversi tra tanti ostacoli, tutto è ombra, come abbiamo visto, e l’unica consistenza fisica sembra essere rappresentata dalla durezza della pietra che costituisce tutto il suo mondo reale e spirituale, ora riferito all’acqua, ora riferito al cuore: “ed ogni vena saziai costato suo di pietra// ma tutto restai come ‘aquila’ di pietra. // la realtà accettando/ infelice della pietra.” (pp. 23, 25, 38); ora, più espressamente, riferito a sé stessa: “Ti rivedo/ ai tuoi giorni di pietra// a profumare il cespuglio/ della pietra// Sbriciolarsi udivo/ il fragile ossame della pietra// il mio corpo di pietra// Sono una pietra vivente” (pp. 70, 84, 133, 134, 135); ancora una volta si ha l’impressione di scorgere ostacoli.
La pietra ancora protagonista come oggetto di riferimento, ma anche come metafora, non semplice coreografia, ove elementi della natura si mettono al suo riparo o placano la loro ira, mentre lei no, non può, ma ugualmente spera per un domani: “la serpe al suo riparo/ di scorze e pietre. // E tu mare, abbracciato alla/ morte delle pietre. // e levigavo la pietra// Nella pietà della pietra/ il volto scorre degli uomini. // Dalla pietra/ divisi// Il domani/ è l’erba secca sulla pietra” (pp. 136, 145, 162, 176, 191, 194). La pietra che ricopre i morti le ricorda la madre “il sonno della pietra// Vorrei essere terra/ Madre, /… / e la pietra rigettai sorsi d’acqua indurita.” (pp. 208, 218); mi sembra di scorgere qui, amore e rancore, incomunicabilità e incomprensione.
Una parola per mutare il corso delle lacrime
La Poetessa ci confida le difficoltà della comunicazione che cerca e che non trova, comprende certamente come sia “il disagio della parola// dentro di me a cercare/ l’eterna linfa/ della muta parola. // ormeggi di parole/ nel cuore che batte// di udire ‘cose che non parlano’// siamo voce dell’ombra.” (pp. 29, 76, 81, 91, 94), senza riuscire a venirne a capo: “perché inabissarsi sento le parole// ma qual è il vero inizio delle cose? // Sola è la mia mano! / … / senza parola né forma. // Mi porta l’ombra/ frusciare di parole// e il tuffo/ nel cuore/ già stentai a tornare parola.” (pp. 96, 122, 123, 128, 131), come il ronzio appena percettibile delle farfalline; ma le parole, al pari delle lacrime, stentano a vocalizzarsi. Uno schianto per la protagonista che spiega: “In silenzio aspettavo che tu mi leggessi/ ‘sfogliandomi’ pagina per pagina// pupazzi senza parola, // Mai saprò il mistero di quei giorni/ … / e la parola è ferma” (pp. 138, 189, 209) pur mostrandosi limpida come un libro aperto, non come una muta tomba. Commenta, l’occhio non vede che “tra anemiche pagine, / abbandonare il brivido acuto dei sensi. // E la parola è corda/ che mi solleva dall’abisso, // la spada a brandire/ perché uccida la parola, / accentuare la lite del sangue.” (pp. 173, 189, 209); così, oltre agli ostacoli, si frappongono pure ostilità.
In uno scoramento che la dimensiona nella sua fragilità umana, invoca e si costerna: “Madre degli afflitti// E tu bimbo/ …/ non li accorgi di morire. // e il grembo cerca della madre// Sento i bimbi/ … / in questa fredda stanza// tra i corpi devastati dei fratelli/…/ s’aggira l’olocausto tra i sepolcri… // Bimbi senza domani” (pp. 21, 32, 34, 39, 68, 72). La voce si leva universalmente per i figli propri e degli altri, che solo una madre sente come parte delle proprie viscere; tragedie che si consumano tutti i giorni come le cronache ci ricordano. Pure tra le pareti domestiche, a volte, si verificano drammi familiari, anch’essi ricordati tutti i giorni dai mass-media: “tra le pareti dell’ombra/ dove una madre/ il suo bambino nutre/ col canto della vita// solo il pianto dei figli// tragico pianto di bimbo// bimbi di questi orizzonti” (pp. 100, 117, 142, 143); mentre uno spettacolo terrificante s’affaccia alla mente umana, al cuore di madre, di tutte le madri: “La notte/ … / senza madre né figli, // corpi pietrificati di bimbi// di una morte bambina// L’amore sento dei figli/ percorrere il cuore della terra” (pp. 145, 163, 167, 194), con la speranza che almeno si trasformino in tanti Angeli che vorrebbe intorno.
Prende consapevolezza di sé, vuole riappropriarsi della sua identità disconosciuta, affermare il suo ‘io’, perché nonostante tutto, può dire: “ma ugualmente colsi/ semi di speranza// Chi sono? Non lo so. // ma notturno respiro/ è ciò che di me resta// e cado come la morte” (pp. 19, 33, 40, 53); e come per una sfida ribadisce: “Sono nessuno// Non voglio la pietà di nessuno: / … / per essere ancora donna// per essere ancora madre// Sono me stessa: / non sarò mai la tua mente. // ed io cerco un essere/ nell’essere/ all’angoscia piegata di madre.” (pp. 75, 89, 120, 168). C’è tutto un vuoto intorno, desolazione: vorrebbe ritrovare le parole per disvelare il senso della vita, gli affetti che ha desiderato, per scoprire la donna che è in lei.
Sempre nella china e sempre a risalire: “Si cerca un ‘luogo’ stretto e intimo/ dove fare poesia/ … / con l’illusione di vivere/ anche da morti. // Amami DAIMON/ … / Sono la tua ombra/ quella di sempre.” (pp. 183, 216); si abbandona ad una bramosia onirica o al demone filosofico, chissà; ma capita che passione poetica e demone filosofico, si facciano un tutt’uno, così da potere dire: “la morte mi ha fissata/ da un assurdo scoglio// Solo il mare riporta/ il sonno amaro di sempre. // … Un pettirosso ucciso// solo l’ombra dei morti/ s’aggira tranquilla” (pp. 67, 71, 72, 83), pensieri che sanno di cattivo presentimento, come il precipizio da una scogliera, o l’affondo di un bisturi. Quasi ad avvalorare il cattivo presagio, l’eroina aggiunge: “e io non temo/ Il suicidio degli stenti// Ti inseguo sogno/ per non morire; // … E i vermi, / idea dei morti, // Nati siamo per morire:” (pp. 86, 88, 104, 115); forse si tratta di quella eutanasia di cui si voleva dare spiegazione. E sembra accettare l’idea della morte: “e vivo di notte/ l’emblema virale/ della tragedia. // abituata oramai/ alla tragedia delle piaghe, // Morirò/ portando con me/ la sete del sapere.” (pp. 126, 132, 189), la morte sembra di casa nel pensiero di Maria Teresa Liuzzo, come se le stesse addosso e la si vuole scongiurare esorcizzandola con rivalse, o semplicemente parlandone.
“Si fuggiva da un padrone/ l’umiliazione del vissuto/ rannicchiati per anni/ in una bara di silenzio, // nel sepolcro della notte. // di questa ‘disseppellita città‘/ … / dove i vivi/ lucidano le ‘tombe‘/ per prepararsi meglio al sacrificio.” (pp. 156, 158, 179), rendono l’idea di olocausti, o di faide, o di morti inutili, belli solo per la pompa magna; si noti il richiamo lessicale attinente alla morte.
Sono solo alcuni esempi, artistici quanto si vogliano, che danno l’idea di un conflitto interiore inesplicabile, frutto di intrighi di ordine psicologico che meriterebbero certamente un ulteriore approfondimento: “L’ombra trattengo/ nella bronzea pupilla// all’ombra vana del cuore// all’ombra dei sentieri, // dove l’ombra fermenta// dove la luce/ s’è vestita d’ombra// all’ombra ostile// Ombre di pioggia” (pp. 23, 43, 52, 61, 68, 76, 78), per dire come i colori allegri non sono presenti in questo panorama e per giustificarne la ragione spiega che “solo l’ombra dei morti/ s’aggira tranquilla// siamo voce dell’ombra// Le ombre raccolgo/ per dare un senso/ a questa pace// dove la luna piega l’ombra// Masticheremo ombra// nel ‘Dramma della vita’ dove sorgiamo/ lumicini d’ombra.” (pp. 83, 94, 101, 103, 104, 117). Come per dare requie ai suoi tormenti, volge lo sguardo altrove, così riferito ai ‘Rom’: “come profili d’ombre. // e l’ombra del silenzio// Pagine d’ombra/ che voce danno al tempo// tra le lucenti ombre// un pane d’ombra// il vuoto ha occhi d’ombra” (pp. 119, 120, 121, 123, 125, 127); e ancora, in una sorta di dialogo confidenziale, aggiunge: “e sorridevi tu/ all’ombra travagliata del dolore// lasciate ch’io disfaccia/ il lettino dell’ombra// dove l’ombra burlandosi trascende// dove l’ombra scompare// e la luna trascina/ l’ombra antica del pianto. // Al fianco mio il silenzio/ di pari lena strappava// il precipitare fioco dell’ombra” (pp. 145, 170, 181, 189, 207, 217). Oserei dire che perfino il sorriso si tramuta in una smorfia, obbligando il viso a restare inespressivo e in ombra.
Nel componimento dedicato a Pasquino Crupi e in altre rare occasioni, assume forma e sostanza la sua ‘eutanasia d’utopia’: “nella dolce eutanasia della stagione. // dell’amletico esistere, / in quel cranio/ da pelle modellato ed eutanasia// la febbre di quest’umana follia/ che elude da ogni utopia. // Ho cercato il fiume delle meraviglie/ per unirmi alle utopie del silenzio. // Cercavo di cogliere/ un’espressione di vita/ fosse anche utopia” (pp. 64, 147, 65, 141, 199), abbiamo la spiegazione che l’Autrice ci dà del titolo. La risalita razionale ci conduce ad una sorta di rigenerazione, che tuttavia stenta ad emergere: “La catarsi temo/ del riposo// e senza anestesia; … / Eseguono l’autopsia sui vivi// Fa che la colpa della vita/ fiume diventi di perdono” (pp. 163, 175, 190); benché da sola oppone tutta la forza interiore, pur coprendosi di una scorza di orgoglio: “una pagina che gli altri non leggeranno/ per spiare o schernire i sentimenti miei. // Sorgente sono d’emozioni// E tu, eros / da scintille emarginato, // Nella metamorfosi del tempo” (pp. 162, 218, 212, 159). È forse una sorta di autodiagnosi accompagnata da una terapia empirica.
Le dediche si presentano come lettere epigrafiche, tra mittente e destinatario, sanno di un discorso che le ha precedute; cariche di pathos sono rivolte: a Peter Russell, “abbandonarsi al pianto della sera“; a Mirella Verducci “Non più bimba/ … / ma donna e madre.“, per il lungo tempo trascorso; a Vincenzo Rossi “ho colorato il tuo silenzio, / … / Io sempre ad ascoltarti“; a Pasquino Crupi (critico letterario) “Solo la morte/ mi dicesti / ‘un giorno renderà giustizia‘,”; ad Alba Florio (critico letterario) “Tu ed io/ distanti e sole“; ad Alessandro e Demetrio Pitasi (periti per ignara ragione) “e ho paura figli. / La ragione conosco/ delle sparse utopie: / … / sono una madre/ che guarda in faccia la morte“; alle Saline Joniche “Se l’ami/ straniero non sentirti“; ai Templi di Agrigento “Hai colto del mandorlo i fiori/ … / e sporgere non vedi/ dal ramo il muto sangue“. Versi che riporto per la loro concisione e perché sono impregnati di un significato che può aiutare a una maggiore comprensione dei moti interiori della Poetessa.
Poetica nei meandri dell’animo umano
Ho cercato di immaginarmi questo personaggio, come una eroina che combatte contro gli elementi negativi dello spirito; mi sono trovato dinanzi ad una tematica molto complessa, benché il suo stile faccia pensare ad un viso radioso e ad una gioia interiore che aspetta il momento di manifestarsi. Ho cercato di guardare con i suoi occhi e di sentire il mondo esterno, ma ho dovuto prima rivisitarmi dentro, come fa Maria Teresa, così ho avuto l’impressione di vedere: dei sentimenti naufragare, una sedia vuota intorno a un tavolo, la ricerca di una parola nuova che metta fine alla paura e al tormento, qualcuno che spieghi il perché di una infanzia negata proprio di chi si sente figlia di nessuno. È naturale allora chiedersi: “ma Dio dov’è?”; la vita si tinge di grigio e perfino le lacrime si seccano; verrebbe di parlare con i muri, con un dio di cui non si avverte la presenza, con la madre, con altre donne, magari per confrontarsi; si passa dal sogno alla sconfitta, ci si sente pietrificare; e quella parola tarda a venire. Ma noi chi siamo, io chi sono? Mi sono amiche la morte, l’ombra; devo forse porre fine con un estremo rimedio? Forse è questa l’eutanasia di una utopia, forse è questa la catarsi che fa emergere sentimenti ed emozioni per rinascere. E le dediche sono come un testamento che fanno fantasticare e l’immaginazione sta tutta lì nella parola che bisogna inventare, nella poesia che sta sempre a rinnovarsi, pur ripetendosi da sempre, come una compagna fedele.
Poesia e arte si fondono nella coscienza religiosa, in una preghiera sommessa, che è come un salmo rivolto alla natura dolente; il suo tormento sta fra la speranza in un linguaggio struggente e un viaggio mistico nelle profondità dell’animo umano. Questa è poesia dotta, ma non appesantita da riferimenti dottrinali: la Poetessa ha la volontà di raccogliere gli insegnamenti sotto forma di semi (come nella dedica al Russell) in una versificazione equilibrata; tuttavia questi semi sono destinati a germinare in condizioni particolari, forse anche a sua insaputa, perché il silenzio veicola i nostri incubi e dilata le nostre fantasie in un’ombra che attende che lo ‘schiaffo’ della luce si tramuti, invece, in una dolce carezza.
Emergono stati d’animo che lasciano spazio alle suggestioni e interpretazioni più varie, attraverso le funzioni pittoriche sempre in ombra e di quelle sonore quasi sempre in silenzio. La mia impressione, come lettore, è che la storia spirituale non è finita. Non so se sia valsa la pena di cercare i vari frammenti di tasselli, non so neppure l’esito, ma sono partito alla ricerca di qualcosa che mi aiutasse a capire meglio; non so se chi avrà avuto la bontà di seguirmi, si sarà raccapezzato o si sarà smarrito: l’animo umano non è così intelligibile come si può pensare.
Tito Cauchi











