giovedì, Settembre 10, 2026
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Mentre la crisi climatica si abbatte con violenza sulle persone, sulle città e sugli equilibri naturali, le multinazionali di combustibili fossili festeggiano i loro profitti straordinari

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Simona Abbate

Campaigner Energia & Clima

Greenpeace Italia

 

In queste ore continuano ad arrivare dall’Himalaya immagini difficili da dimenticare.

Un enorme collasso glaciale ha innescato una devastante ondata di acqua, ghiaccio, rocce e fango lungo il confine tra Nepal e Tibet.

Interi villaggi sono stati travolti. Strade e ponti sono stati spazzati via. Centinaia di persone hanno perso la vita e migliaia risultano ancora disperse.

E mentre i soccorritori continuano a cercare i dispersi, una domanda diventa sempre più difficile da ignorare: é il cambiamento climatico la causa diretta di questo specifico collasso?

Non possiamo ancora dirlo con certezza. Ma sappiamo che l’Himalaya si sta riscaldando rapidamente, che i ghiacciai si stanno ritirando, e che un pianeta sempre più caldo sta mettendo sotto pressione territori ed ecosistemi già estremamente vulnerabili.

Oggi, eventi come questo rischiano di essere sempre più frequenti.

Sappiamo anche chi continua ad alimentare quel riscaldamento: le industrie fossili, che da decenni difendono un modello energetico di cui oggi il Nepal – e non solo – sta pagando il prezzo.

Quello che è successo in Nepal ci ricorda una cosa: la crisi climatica non è un problema del futuro. È il presente. È già qui.

Ma di fronte a tutto questo, potresti chiederti: cosa facciamo noi di Greenpeace?

Non ci limitiamo a denunciare. Agiamo.

Andiamo dove gli effetti della crisi climatica sono più evidenti. Raccogliamo prove. Monitoriamo ciò che sta accadendo. Denunciamo chi continua a investire nei combustibili fossili. Facciamo pressione sui governi perché accelerino la transizione verso le energie rinnovabili.

E là dove è possibile, ci mettiamo in gioco sul campo: spalando fango, liberando case e strade, sostenendo chi ha più bisogno.

Perché di fronte a un’emergenza non basta denunciare ciò che accade: bisogna esserci, rimboccarsi le maniche e agire.

E quando serve, portiamo le grandi aziende fossili davanti alla giustizia.

Perché mentre noi documentiamo un pianeta sempre più fragile, c’è chi continua a guadagnare miliardi dalla sua dipendenza dal petrolio e dal gas.

Shell. Total. Chevron. E, ovviamente, anche ENI.

Nomi diversi. Stessa enorme industria.

Aziende e governi che continuano a difendere e sviluppare un modello energetico basato sui combustibili fossili, mentre il pianeta (persone comprese!) paga il prezzo delle emissioni che quel modello produce.

È come se festeggiassero i loro profitti milionari ballando sulle macerie di un mondo sempre più fragile. E sulla vita precaria delle comunità più venerabili.

E quando Greenpeace prova a raccontare quello che accade?

Quando mostriamo le conseguenze delle loro attività. Quando denunciamo nuovi progetti fossili. Quando chiediamo che chi ha contribuito ad alimentare questa crisi si assuma le proprie responsabilità.

Provano a zittirci con cause legali. Minacce. Pressioni.

Ma noi continuiamo a parlare. Continuiamo a indagare e ad agire.

Perché la verità non può essere messa a tacere da chi ha più soldi e più potere.

Ed è proprio per questo che la nostra indipendenza è fondamentale. Greenpeace non accetta finanziamenti da governi, partiti o aziende. Questo ci permette di sfidare i poteri forti senza dover chiedere il permesso a nessuno.

Ma essere indipendenti significa anche una cosa molto concreta: abbiamo bisogno di persone come te. Persone che ci permettano di continuare a esserci quando qualcuno prova a farci tacere.

Non possiamo fermare un’alluvione. Non possiamo riparare da soli un ghiacciaio che crolla.

Ma possiamo combattere le cause della crisi climatica.

Possiamo continuare a indagare e smascherare chi continua a puntare sui combustibili fossili. Possiamo portare le nostre prove nei tribunali.

Possiamo entrare nelle stanze dove si prendono le decisioni e chiedere conto a chi ha il potere.

E possiamo farlo anche quando ci minacciano.

Perché il futuro non è qualcosa che ci aspetta alla fine della strada.

 

È qualcosa che scegliamo oggi, con le nostre azioni.

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