lunedì, Ottobre 12, 2026
HomeAttualitàMILANO — IL TUMORE AL POLMONE CAMBIA STRATEGIA: PRIMA L’IMMUNOTERAPIA, POI LA...

MILANO — IL TUMORE AL POLMONE CAMBIA STRATEGIA: PRIMA L’IMMUNOTERAPIA, POI LA CURA

ArtesTV
MORVRAN.COM

Lo studio internazionale presentato ad ASTRO 2026 apre una nuova prospettiva per alcuni pazienti con tumore polmonare in stadio III: 142 persone valutate, quasi il 95% arrivato a un trattamento con intento curativo. Ma i risultati sono ancora preliminari e la nuova strategia dovrà essere interpretata nel contesto della pratica clinica e degli studi futuri. A Boston si parla di cancro al polmone. Ma soprattutto si parla di una domanda che per anni ha accompagnato medici e pazienti davanti a una diagnosi di malattia localmente avanzata: operare subito? Fare chemioradioterapia? E se il tumore fosse troppo esteso per la chirurgia, quale strada scegliere? Oggi quella sequenza potrebbe diventare più flessibile. Più dinamica. Più costruita sulla risposta del singolo paziente. È uno dei messaggi arrivati da ASTRO 2026, il congresso internazionale dedicato alla radioterapia oncologica, dove il professor Andrea Filippi, direttore della Struttura Complessa di Radioterapia dell’IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, ha presentato i risultati dello studio internazionale MDT-Bridge.  Il punto è preciso. Non decidere tutto al primo giorno. Non mettere immediatamente un’etichetta definitiva sulla malattia. Prima due cicli di chemio-immunoterapia. Poi una nuova valutazione multidisciplinare. Poi la scelta della terapia locale più appropriata: chirurgia oppure chemioradioterapia. Una strategia adattativa che, nei dati presentati a Boston, ha consentito alla grande maggioranza dei 142 pazienti coinvolti di arrivare a un trattamento locale con intento curativo. I numeri sono quelli che hanno acceso i riflettori sullo studio. Dei 142 pazienti trattati con la fase iniziale di terapia, 106 sono stati sottoposti a resezione chirurgica, pari al 74,6%. Altri 25 hanno ricevuto chemioradioterapia, mentre 11 pazienti, il 7,7%, non hanno ricevuto un trattamento locale. È proprio da questi numeri che nasce il dato del quasi 95% richiamato nella comunicazione dello studio: 131 pazienti su 142 hanno infatti ricevuto chirurgia o chemioradioterapia.  Ma attenzione. Non è una formula magica. Non è la promessa di una cura universale. Non significa che il tumore al polmone sia stato sconfitto. E soprattutto non significa che ogni paziente con una malattia di stadio III possa essere trattato allo stesso modo. Significa qualcosa di diverso e, per la medicina oncologica, potenzialmente importante: la prima valutazione potrebbe non essere necessariamente l’ultima parola. Il tumore può cambiare dopo il trattamento iniziale. E insieme al tumore può cambiare anche la strategia terapeutica. Il lavoro presentato dal professor Filippi riguarda pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule localmente avanzato, non metastatico, appartenenti agli stadi IIB-IIIB e valutati come resecabili o borderline resecabili. Un terreno estremamente delicato della moderna oncologia toracica. Pazienti nei quali la malattia è già importante, ma non ha ancora sviluppato metastasi a distanza. Pazienti nei quali il confine tra chirurgia e trattamento non chirurgico può dipendere dall’estensione della malattia, dalla risposta alla terapia e dalla valutazione complessiva delle condizioni cliniche.  Ed è proprio qui che entra in gioco la nuova impostazione. La prima fase non viene concepita soltanto come un passaggio terapeutico, ma anche come una sorta di prova sul campo. Due cicli di chemio-immunoterapia. Poi il paziente torna davanti al gruppo multidisciplinare. Radioterapisti, oncologi, chirurghi toracici e altri specialisti rivalutano la situazione. Il tumore ha risposto? L’estensione è diminuita? La chirurgia è diventata possibile? Oppure la malattia resta troppo estesa e occorre cambiare strada? Non più una decisione rigida presa una volta per tutte. Ma un percorso che si adatta alla risposta. Il dato più interessante riguarda proprio quei pazienti che inizialmente apparivano più difficili. Nello studio erano presenti 50 persone considerate borderline resecabili all’inizio. Dopo il trattamento neoadiuvante e la rivalutazione, una parte è stata indirizzata alla chirurgia, mentre altri pazienti sono stati trattati con chemioradioterapia.  In totale, dopo i primi due cicli, 21 pazienti sono stati considerati non resecabili e 18 di questi hanno ricevuto chemioradioterapia. Altri sette pazienti inizialmente ritenuti resecabili hanno successivamente ricevuto chemioradioterapia dopo ulteriori cicli di trattamento. Alla fine, 25 persone hanno seguito il percorso radioterapico.  E qui arriva un altro elemento rilevante. Tra i pazienti sottoposti a chemioradioterapia, l’84% ha ottenuto una risposta obiettiva oppure una stabilizzazione della malattia secondo i criteri riportati nello studio. Ventitré dei 25 pazienti trattati con chemioradioterapia hanno poi ricevuto durvalumab come consolidamento. A dodici mesi, la sopravvivenza libera da progressione nel gruppo trattato con chemioradioterapia era dell’85%, con un intervallo di confidenza del 59,8-95%. Sono numeri incoraggianti, ma vanno letti per quello che sono: risultati preliminari di un sottogruppo, non una sentenza definitiva sull’efficacia della strategia.  Anche sul fronte della sicurezza il quadro va guardato senza slogan. Durante la chemioradioterapia, il 28% dei pazienti ha avuto eventi avversi di grado 3 o 4. Un paziente ha interrotto il trattamento a causa di un evento avverso. Sono stati inoltre registrati casi di polmonite di grado 2. Durante il consolidamento con durvalumab, il 17,4% ha avuto eventi avversi di grado 3 o 4 e il 13% ha interrotto il trattamento per eventi avversi.  È il volto meno spettacolare, ma forse più importante, della ricerca oncologica. Dietro ogni percentuale c’è un paziente. Dietro ogni risposta terapeutica c’è una persona che deve affrontare settimane e mesi di cure. E proprio per questo ogni innovazione deve essere accompagnata da prudenza, selezione dei pazienti e valutazione multidisciplinare. L’idea centrale dello studio è comunque potente: intervenire prima con la combinazione di chemioterapia e immunoterapia può consentire di capire meglio quale trattamento locale abbia maggior senso successivamente. La chirurgia non viene eliminata. La radioterapia non viene messa da parte. Cambia il momento nel quale viene scelta. Il paziente viene sottoposto a una prima fase terapeutica e poi rivalutato. Se la malattia risponde e l’intervento è fattibile, si procede con la chirurgia. Se invece il tumore resta non operabile, la strada può diventare quella della chemioradioterapia seguita dall’immunoterapia di consolidamento. È una sorta di bivio costruito dopo aver osservato la risposta biologica della malattia. Ed è questo uno dei motivi per cui il lavoro ha attirato attenzione ad ASTRO 2026. Il congresso di Boston ha infatti inserito lo studio tra le presentazioni dedicate alle novità nel campo delle neoplasie toraciche.  Per l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano è anche la conferma del ruolo della ricerca italiana all’interno di programmi internazionali. Andrea Filippi è responsabile della Radioterapia dell’Istituto e la sua attività scientifica comprende proprio il tumore polmonare e le combinazioni tra radioterapia e immunoterapia.  Il tema non nasce dal nulla. Negli ultimi anni l’immunoterapia ha cambiato profondamente il trattamento del carcinoma polmonare non a piccole cellule. Per la malattia di stadio III non resecabile, il consolidamento con immunoterapia dopo chemioradioterapia è entrato nella pratica oncologica sulla base delle evidenze generate dal programma PACIFIC e da successivi dati real-world.  Ma qui il ragionamento fa un passo ulteriore. Perché aspettare la fine della chemioradioterapia per utilizzare l’immunoterapia, quando in determinati pazienti potrebbe essere utile inserirla già prima della scelta definitiva del trattamento locale? È questa la domanda che la ricerca prova a mettere sul tavolo. E la risposta, per ora, non è un definitivo “sì” valido per tutti. È una direzione di ricerca. Una direzione che dovrà essere verificata con follow-up più lunghi e ulteriori studi. Anche la letteratura del 2026 segnala che le strategie di induzione con immunoterapia nello stadio III sono un campo in evoluzione e che molte evidenze hanno ancora carattere esplorativo o ipotesi-generativo.  Il dato del 95% rischia dunque di essere trasformato, nel racconto pubblico, in uno slogan. E sarebbe un errore. Quel 95% significa che 131 dei 142 pazienti dello studio hanno ricevuto chirurgia o chemioradioterapia dopo la fase iniziale. Non significa che il 95% dei malati di tumore al polmone guarisca. Non significa che il 95% sia libero dalla malattia. Non significa che il risultato possa essere automaticamente trasferito a tutti i pazienti. La differenza tra questi concetti è enorme. Ed è proprio qui che il giornalismo deve fare il proprio mestiere: raccontare la speranza senza trasformarla in una promessa. Raccontare la ricerca senza vendere miracoli. Perché quando si parla di cancro ogni parola pesa. Ogni numero pesa. Ogni titolo può essere letto da una persona che quella diagnosi l’ha appena ricevuta. Da una famiglia seduta in una sala d’attesa. Da qualcuno che sta aspettando l’esito di una biopsia. Da un paziente che si chiede se esista ancora una strada. Il messaggio più concreto dello studio è allora forse un altro. Non arrendersi troppo presto a una classificazione iniziale. Non considerare necessariamente immutabile la prima decisione terapeutica. Rivalutare. Misurare la risposta. Riunire gli specialisti. Decidere nuovamente. È questa la logica della medicina personalizzata applicata alla malattia localmente avanzata. E dentro questa logica la radioterapia mantiene un ruolo centrale. Non una terapia di ripiego. Non la strada percorsa quando la chirurgia non è possibile e basta. Ma una componente fondamentale del trattamento multidisciplinare. Lo dimostrano anche i dati dello studio: 25 pazienti sono stati indirizzati alla chemioradioterapia e la maggioranza di loro ha mostrato risposta o stabilità dopo il trattamento. La parola chiave è quindi multidisciplinarietà. Non è il singolo specialista a decidere da solo il destino terapeutico. È il confronto tra competenze diverse a determinare la strada. Il chirurgo deve valutare la possibilità tecnica dell’intervento. L’oncologo deve interpretare la risposta sistemica. Il radioterapista deve stabilire tempi, dosi e modalità dell’irradiazione. Il team deve guardare il paziente nel suo complesso. È un modello che richiede organizzazione, competenze e accesso a strutture specializzate. E non è un dettaglio. Perché una strategia complessa funziona davvero soltanto se il paziente può essere seguito da una squadra capace di rivalutare rapidamente la situazione e modificare il percorso quando necessario. A Boston il messaggio arrivato da Milano è dunque forte, ma deve essere letto con responsabilità. La ricerca non dice che la battaglia contro il tumore al polmone sia vinta. Dice che per alcuni pazienti allo stadio III il percorso verso il trattamento curativo può essere costruito in maniera più flessibile. Prima si aggredisce la malattia con due cicli di chemio-immunoterapia. Poi si guarda cosa è successo. Poi si decide. Chirurgia se possibile. Chemioradioterapia se necessario. Immunoterapia di consolidamento quando indicata. Un percorso che prova a trasformare l’incertezza iniziale in una decisione più informata. È questo il punto. Non promettere. Non semplificare. Non dire al paziente che tutto è risolto. Ma nemmeno consegnargli, troppo presto, una porta chiusa. La ricerca oncologica procede proprio così: attraverso dati, verifiche, correzioni, nuovi studi e nuove domande. E quella domanda arrivata da Boston è destinata a restare al centro della discussione: davanti a un tumore polmonare localmente avanzato, siamo davvero sicuri che la prima scelta debba essere anche l’ultima? Per 142 pazienti, questo studio ha provato a rispondere costruendo un percorso diverso. I risultati sono promettenti. Ora serviranno tempo, follow-up e ulteriori conferme per capire quanto questa strategia potrà cambiare realmente la pratica clinica

RELATED ARTICLES

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Eventi in programma

ULTIME 24 ORE