
Tokyo – Il destino dell’atletica italiana è passato, questa volta, sotto una notte amara. Nei Mondiali di atletica 2025, né Gianmarco Tamberi né Marcell Jacobs sono riusciti a raggiungere la finale nelle loro discipline. Un risultato che pesa come un macigno. Tamberi ha fallito tre volte la quota di 2,21 metri nel salto in alto, uscendo sin dalle qualificazioni. Jacobs, invece, non è andato oltre la semifinale dei 100 metri, con un tempo di 10”16 che non è bastato per l’accesso al round decisivo.
Le reazioni dei protagonisti
• Gianmarco Tamberi ha commentato: «Ho fatto un risultato pietoso, mi dispiace». Ha ammesso che le condizioni fisiche non erano buone, ha detto che “fa male” e che vorrebbe tornare a casa dalle sue donne per superare il momento. 
• Marcell Jacobs ha espresso amaro sconforto: «Devo prendermi un po’ di tempo per capire se ne vale la pena continuare a soffrire». Pur avendo realizzato il suo miglior tempo stagionale, ha detto che non si sente più lo stesso atleta di prima. L’esplosione della delusione. I tifosi non hanno nascosto la delusione: sui social, nei commenti alle testate sportive, si leggono parole di frustrazione, tristezza e incomprensione. Molti ricordano con malinconia i tempi d’oro di Tamberi e Jacobs le loro vittorie olimpiche, le medaglie che fecero sognare il paese. C’è chi scrive che “non si può vivere solo di ricordi”, chi chiede che si faccia chiarezza sugli infortuni, sull’allenamento, su quanto ancora si possa contare su atleti ormai “oltre il loro apice”. Altri tifosi invocano ricambio generazionale: “Serve che vengano fuori i giovani”, “non si può spingere sempre sugli stessi volti”, “l’Italia ha bisogno di investire, non solo di affidarsi alle magie del passato”. Un momento di svolta storica. Questa sera non è solo una sconfitta: è un punto di svolta. Perché Tamberi e Jacobs non sono solo due atleti: sono stati simboli, icone dell’atletica leggera italiana. La loro doppia affermazione a Tokyo 2020 il salto in alto di Tamberi, i 100 metri di Jacobs aveva acceso una speranza: quella che il movimento potesse contare su volti capaci di tornare sempre ai massimi livelli. Ma oggi la realtà è diversa: infortuni, cali di forma, pressioni e aspettative non gestite. Questo risultato impone una riflessione profonda: su come si allenano gli atleti, su quanto si investe nelle infrastrutture, nel recupero fisico e psicologico, sul ricambio degli atleti di alto livello. L’auspicio unanime è che questa disfatta possa diventare stimolo per cambiare rotta: non solo rimettere in piedi due campioni, ma preparare il futuro. Giovani, tecnici, federazioni e investitori dovranno lavorare affinché “l’eccezione” non resti un’eccezione, ma diventi una norma: l’Italia che compete stabilmente, che forma nuovi campioni senza dipendere esclusivamente da rarissimi momenti di gloria individuale.









