Dalla conferenza annullata alla sala stampa occupata: quando la politica diventa un campo di battaglia simbolico
A Montecitorio non è andata in scena una semplice giornata parlamentare: è andato in scena un conflitto di visioni, di linguaggi, di simboli. Una frattura netta, quasi fisica, tra due Italie che non riescono più nemmeno a sfiorarsi senza generare scintille.
Da un lato, la decisione della Presidenza della Camera di sospendere l’ingresso degli ospiti e annullare la conferenza sulla “Remigrazione”, prevista con la partecipazione di esponenti dell’estrema destra. Una scelta motivata da “motivi di ordine pubblico”, ma percepita dai gruppi coinvolti come un atto politico, un muro eretto contro di loro. Luca Marsella (CasaPound) ha parlato di “vergogna”, promettendo di tornare con centinaia di migliaia di firme. Ivan Sogari (Veneto Fronte Skinheads) ha evocato istituzioni “ostaggio della mafia antifascista”, trasformando un provvedimento tecnico in un’accusa frontale.
Dall’altro lato, l’opposizione parlamentare ha risposto con un gesto altrettanto simbolico e potente: l’occupazione della sala stampa della Camera. Deputati di PD, AVS e M5S hanno intonato “Bella Ciao” e “Fischia il Vento”, mostrando copie della Costituzione come scudi morali. Una protesta che non si è limitata a contestare il convegno, ma ha voluto ribadire un confine: quello tra la democrazia antifascista e chi, secondo loro, tenta di riscrivere la storia e il linguaggio politico del Paese.
Il risultato è stato un cortocircuito istituzionale: conferenze sospese, tensioni altissime, Montecitorio trasformato in un’arena dove ogni gesto diventa un messaggio, ogni parola un detonatore.
Questa vicenda racconta molto più di un convegno saltato. Racconta un’Italia che vive di simboli contrapposti: la porta chiusa della Camera e la sala stampa occupata; le firme promesse e i canti della Resistenza; la denuncia di censura e la difesa della Costituzione. Racconta un Paese in cui la politica non è più solo confronto, ma rappresentazione, ritualità, narrazione.
E soprattutto racconta una fragilità: quella di un sistema che, per proteggersi, deve sospendere eventi; e quella di una società che, per farsi ascoltare, deve ricorrere a gesti estremi, performativi, quasi teatrali.
Montecitorio, per un giorno, è diventato lo specchio di un’Italia che non riesce a parlarsi, ma riesce benissimo a gridare. E in questo rumore, la democrazia è chiamata a trovare un equilibrio nuovo, più solido, più consapevole del peso dei simboli che ogni parte porta con sè.









