
Ancora una tragedia. Ancora una morte che si poteva evitare. Un operaio di 42 anni ha perso la vita ieri in un cantiere a Torino, schiacciato da un’impalcatura crollata per il mancato rispetto delle norme di sicurezza. È solo l’ultimo nome in una lunga lista: dall’inizio dell’anno sono già oltre 540 i lavoratori morti sul posto di lavoro in Italia. Un numero che pesa come un macigno e che cresce quasi ogni giorno, in silenzio. Le “morti bianche”, come spesso vengono definite con un’espressione fin troppo neutra, non sono mai un incidente. Sono il frutto di scelte, omissioni, ritardi, tagli e complicità. Sono il risultato di un sistema che troppo spesso mette il profitto davanti alla vita umana.
Ma di chi è la colpa?
È facile puntare il dito contro l’imprenditore negligente, il datore di lavoro che risparmia sulla sicurezza o il capocantiere che chiude un occhio. Ma la verità è che la responsabilità è diffusa e strutturale:
• Controlli insufficienti: In Italia, secondo i dati INAIL, si effettuano meno di un’ispezione l’anno ogni 10 aziende. Le ASL territoriali e l’Ispettorato del Lavoro operano spesso con personale e risorse insufficienti.
• Sanzioni blande: Anche quando le violazioni vengono accertate, le conseguenze per i datori di lavoro sono spesso minime o diluite nel tempo. Le pene, rare volte effettivamente applicate, non hanno reale potere deterrente.
• Formazione carente: In molti settori, soprattutto nell’edilizia e nell’agricoltura, i lavoratori vengono mandati nei cantieri senza adeguata formazione sulla sicurezza, spesso con contratti precari o in nero.
• Stato assente: Le politiche pubbliche sulla sicurezza restano frammentate, senza un piano nazionale serio e continuativo. I governi si limitano a reagire a ogni tragedia con promesse e retorica, ma nessuna vera riforma sistemica è mai stata attuata.
Nel frattempo, le famiglie piangono i loro cari. E il Paese sembra assuefatto. Ogni settimana un nome, una croce, una notizia che scompare il giorno dopo. Ma queste non sono fatalità: sono vite spezzate da un sistema che continua a ignorare il valore del lavoro umano. Chi lavora ha diritto a tornare a casa. Vivo.









