Negli anni ’50 Napoli era una città che si rialzava dalla guerra a colpi di inventiva. Il benessere doveva ancora arrivare, e nei quartieri popolari tutto si riciclava, si scambiava, si vendeva. Tra i carretti, le bancarelle e le voci dei venditori ambulanti, girava una figura ormai scomparsa: ‘o scartiloffista.
Chi era ‘o Scartiloffista:
La parola viene da scartoffia, cioè “carta vecchia, documenti inutili”. Lo scartiloffista era lo straccivendolo della carta.
Lo riconoscevi subito: un uomo, spesso magro e instancabile, con un sacco di juta sulle spalle o che spingeva un carretto di legno. Andava a piedi, vicolo per vicolo, rione per rione. Gridava: “Scartoffia! Giornali vecchie! Carte!”
Non chiedeva soldi. Faceva baratto. Dava in cambio mollette, spazzole, pettini, giocattoli di latta, ciotole, o caramelle per i bambini. Una pila di Corriere di Napoli, Roma o riviste vecchie valeva una molletta. Un sacco pieno valeva un tegame.
Dove finiva tutta quella carta:
Lo scartiloffista non era un “raccoglitore” a caso. Era l’ultimo anello di una filiera.
Raccoglieva giornali, quaderni, libri scolastici, scatole, manifesti. Poi rivendeva tutto ai depositi di carta straccia a Porta Nolana, al Mercato, o nei bassi del centro. Da lì la carta ripartiva per le cartiere del Nord, dove diventava di nuovo carta da pacchi, carta igienica, quaderni.
Negli anni ’50 la carta era preziosa. Non si buttava nulla. E lui era indispensabile per farla girare.
Lo scartiloffista era parte del paesaggio sonoro di Napoli. Come ‘o pizzaiuolo, ‘o venditore d’acqua, ‘o magnano. I bambini lo aspettavano per avere una molletta nuova o un soldatino. Le massaie tenevano da parte i giornali “pe’ ‘o scartiloffista”.
Lavorava a piedi tutto il giorno, con il sacco che gli segnava le spalle. Era povero, ma era libero. E conosceva ogni basso, ogni famiglia, ogni segreto di carta del rione.
Poi arrivarono gli anni del boom, i camion della nettezza urbana, i cassonetti. E il baratto sparì. Con lui è sparito anche ‘o scartiloffista. Oggi lo chiameremmo “riciclatore ante litteram”. Ma era molto di più. Era il simbolo di una Napoli che non sprecava, che arrangiava, che trasformava lo scarto in valore.
Quando oggi apri il bidone della differenziata, pensa a lui: con il sacco sulle spalle, sudato sotto il sole di agosto, che gridava per i vicoli: “Scartoffiaaaaa!”
Era la voce di una città che stava risalendo, un pezzo di carta alla volta.
Antonietta Cacace










