Nel cuore del centro storico di Napoli, in particolare nelle vie che costituiscono la cosiddetta “zona rossa” della movida – via Domenico Capitelli, vico Quercia, via Nina Moscati, via Cisterna dell’Olio e vicoli limitrofi – è esploso un nuovo fronte di tensione tra le istituzioni e i residenti, dopo un blitz della Polizia Municipale che ha multato decine di auto parcheggiate in divieto, ha rimosso veicoli con i carri attrezzi e ha attuato controlli serrati in base all’ordinanza comunale che prevede la chiusura anticipata dei locali e il divieto di vendita di bevande da asporto dalle ore 22.00. I dispositivo adottato dal comune con l’ordinanza firmata dal sindaco prevede che dalla domenica al giovedì gli esercizi commerciali della movida chiudano alle 00.30 e il venerdì e sabato all’01.30, unitamente al divieto di somministrazione e vendita per asporto di bevande alcoliche o analcoliche dalle 22 fino alle 6 del mattino. L’operazione ha avuto luogo nelle prime ore della notte, quando residenti e locali della zona stavano ancora cercando di accomodarsi dopo una serata drammatica e tesa: a giudicare dai verbali diffusi, decine di multe sono state elevate nei confronti di persone che credevano di avere diritto al parcheggio o non avevano idea dei nuovi limiti imposti e vari mezzi sono stati rimossi anche da vie pedonalizzate o zone APU (Area Pedonale Urbana) senza che fossero state fornite adeguate alternative ai residenti. A dire il vero, il blitz ha colpito soprattutto i veicoli delle famiglie che abitano quelle strade – come sottolineato dall’avvocato Gennaro Esposito, presidente del Comitato Vivibilità Cittadina – che hanno lamentato il fatto che “le strisce bianche sono state cancellate ma non sono mai state rifatte”, di conseguenza “gli abitanti non sanno dove parcheggiare” e “si trovano a pagare multe che derivano da un contesto indecifrabile”. I residenti hanno risposto con grave malumore: molti hanno alzato la voce, denunciando che la zona sta diventando terreno di scontro tra movida selvaggia e politiche urbane inadeguate, mentre le ordinanze vengono fatte pagare più a chi vive lì che a chi vi si diverte. Commenti accesi hanno parlato di “invasione della vita notturna” e di “abbandono degli abitanti”, con famiglie che dicono di non poter più dormire, non poter più parcheggiare e non riconoscere più il proprio quartiere. In molti hanno affisso volantini e attaccato manifesti che invitano l’Amministrazione a prendere in considerazione il diritto alla quiete oltre quello alla socialità. Il piano di contrasto al degrado e alla illegalità, che include chiusure di locali, sanzioni ai bar, controlli su affollamento, somministrazione e violazioni acustiche, appare però sbilanciato secondo i cittadini: da un lato la severità verso i residenti per violazioni anche minime, dall’altro una percezione di lentezza o insufficienza sui fenomeni reali di disturbo e illegalità che riguardano la movida notturna, spaccio o uso di alcol da parte di minorenni. Nell’ultimo blitz interforze nel centro storico sono state identificate circa 40 persone, elevate sanzioni per circa 8mila euro e sospese due attività per gravi violazioni igienico-sanitarie. La tensione si inserisce in un contesto urbano complesso: Napoli è una città che da anni tenta di bilanciare il diritto al divertimento, la vitalità della città viva e accogliente, con la tutela della qualità della vita degli abitanti e la sicurezza del tessuto urbano. L’ordinanza del sindaco stessa lo dichiara: «Napoli è città viva e accogliente e tale deve rimanere; allo stesso tempo è dovere dell’Amministrazione tutelare la qualità della vita di chi abita nelle aree interessate». Tuttavia, i meccanismi urbani mostrano crepe. I residenti affermano che le misure attuate arrivano come rattoppi tardivi a problemi sistemici: mancanza di parcheggi adeguati, segnaletica debole, occupazione abusiva del suolo pubblico, assenza di tamponamenti verso la movida incontrollata, monitoraggio acustico che non basta. L’avvocato Esposito accusa: «Vengono a rimuovere le auto dei residenti che si sono ribellati alla movida molesta – è assurdo che chi abita e paga tasse sia trattato come se fosse parte del problema». Il cuore della rabbia risiede nella percezione che lo Stato e il comune stiano usando la zona rossa come vetrina per prove di forza piuttosto che per soluzioni durature, e che la punizione ricada più su chi vive lì che su chi produce i disagi. Un residente storico, al telefono con la redazione, ha dichiarato: «Sono mesi che urliamo che i locali restano all’aperto, la musica continua, le bottiglie in strada eppure quando parcheggi male mettono la multa e ti portano via l’auto: il senso è che noi siamo ostaggio di questa città». Le forze dell’ordine, da parte loro, sostengono che i controlli sono necessari perché la movida è diventata terreno fertile per comportamenti devianti: nei servizi articolati vi sono giovani con coltelli, parcheggiatori abusivi, guida senza casco, violazioni in materie igienico-sanitarie e del codice della strada. Ma al di là delle giuste esigenze di ordine pubblico, resta forte la domanda sulle strategie preventive e su chi debba farsi carico della complessità: il Municipio, il Comune, la Questura, i comitati residenti, gli imprenditori della notte. La risposta, finora, sembra frammentata. In conclusione il blitz e le sanzioni nella “zona rossa” della movida a Napoli raccontano una città in bilico tra il desiderio di città viva e la esasperazione degli abitanti, un nodo urbano che richiede più che interventi punitivi: una visione chiara, risorse, ascolto e politiche integrate. Fino a quando la movida sarà gestita come evento e non come parte della città, la rabbia dei residenti continuerà ad alimentarsi e le multe rischiano di essere solo la punta di un iceberg di malessere.









