venerdì, Dicembre 12, 2025
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Napoli ,Faida di Scampia, 30 anni al boss Raffaele Amato

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La lunga ombra della faida di Scampia torna a farsi sentire nelle aule di giustizia con una sentenza che segna uno dei capitoli più duri nella storia criminale di Napoli: il boss Raffaele Amato, fondatore della fazione degli “Scissionisti” e protagonista assoluto della guerra di camorra esplosa nel 2007 contro il clan Di Lauro, è stato condannato a 30 anni di reclusione al termine di un processo complesso, faticoso e basato su una mole imponente di testimonianze, riscontri investigativi e collaborazioni di giustizia che hanno permesso alla Direzione Distrettuale Antimafia di ricostruire passo dopo passo la scia di sangue che devastò le Vele, le piazze di spaccio e l’intera periferia nord della città. Secondo l’accusa, Amato — latitante per anni tra Spagna e Olanda e ritenuto il grande stratega della scissione interna ai Di Lauro — avrebbe avuto un ruolo diretto e determinante nell’organizzazione degli agguati, dei raid punitivi, delle esecuzioni e delle rappresaglie che segnarono quei mesi, quando Napoli fu precipitata in una spirale di violenza che lasciò a terra decine di morti e riportò la città agli anni più bui della criminalità organizzata. Il tribunale ha ripercorso le tappe di quella guerra feroce: dai primi tradimenti all’interno del cartello di Secondigliano alle alleanze strette da Amato con gruppi emergenti, dalla creazione di un esercito di killer giovanissimi al controllo delle piazze di spaccio più redditizie, fino ai rapporti internazionali che permisero agli “Scissionisti” di rifornirsi di armi e droga mentre la città bruciava sotto i colpi di pistole e kalashnikov. Una ricostruzione resa possibile grazie ai racconti di diversi pentiti, alcuni dei quali protagonisti diretti della guerriglia urbana, che hanno descritto Amato come un capo freddo, calcolatore e ossessionato dall’idea di strappare definitivamente il potere al clan Di Lauro dopo la rottura con Cosimo, detto “’o Faraone”. Per gli inquirenti il boss non sarebbe stato un semplice mandante distante, ma un regista capace di muovere uomini e strategie con una lucidità impressionante, impartendo ordini dall’estero attraverso emissari fidati. La sentenza, definita dagli stessi magistrati “un tassello fondamentale della verità”, rappresenta per le famiglie delle vittime un momento atteso da anni, anche se la ferita della faida resta ancora aperta in molti quartieri, dove la memoria di quella stagione di terrore continua a condizionare la vita di intere comunità. L’avvocato difensore di Amato ha annunciato ricorso, sostenendo che alcune testimonianze sarebbero contraddittorie e che il suo assistito non avrebbe diretto materialmente gli omicidi contestati, ma la DDA ribadisce che il ruolo di comando e il movente strategico sono stati accertati oltre ogni ragionevole dubbio. A quasi vent’anni da quella scia di sangue, Napoli tenta ancora di fare i conti con l’eredità tossica di quella guerra fratricida che cambiò per sempre gli equilibri criminali della città e che, con la condanna di oggi, vede aggiungere un nuovo capitolo giudiziario in un percorso di giustizia lungo, doloroso e necessario.

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