di Vittorio Adelfi
Giro sì, Cup forse: Napoli non può barattare il mare per una regata
Due eventi, due pesi. La bici promuove, la vela interroga. E sotto Bagnoli c’è un veleno che aspetta solo una ruspa.
Di Vittorio Adelfi
—
C’è un’Italia che pedala e un’Italia che draga. La prima passa, saluta e lascia cartoline. La seconda scava, smuove e rischia di lasciare cancro. Napoli, in questo maggio, le avrà entrambe sul tavolo: il Giro d’Italia sul lungomare e l’America’s Cup a Bagnoli. Festa contro cantiere. Vetrina contro incognita. E in mezzo, un mare che non perdona.
Il Giro: ecologia a due ruote
Il 14 maggio il Giro attraversa Napoli. Strade chiuse sei ore, duecento bici, zero emissioni in gara. L’impatto ambientale è quello di una domenica ecologica allungata. Il ritorno è immediato: diretta in 200 Paesi, Vesuvio e Castel dell’Ovo in mondovisione, alberghi pieni, ristoranti in fila. Sono i 15-20 milioni di indotto che ogni città sogna. Qui la parola “ecocompatibile” non è greenwashing: è aritmetica. Sporchi poco, promuovi tanto, riapri la sera stessa. È la politica del “qui e ora” che funziona.
L’America’s Cup: la regata sul vaso di Pandora
Poi c’è l’altra faccia. L’America’s Cup vuole Bagnoli. Per far volare gli AC75 servono fondali profondi, banchine nuove, spazi. Tradotto: bisogna dragare. E Bagnoli non è Marina di Capri. È il cimitero industriale dell’Italsider. Sotto quei fanghi dormono 40 anni di metalli pesanti, arsenico, IPA. L’Arpac lo scrive da una vita: smuovere quei sedimenti senza un piano di bonifica blindato significa liberare sostanze altamente cancerogene in colonna d’acqua. Significa risvegliare un veleno che la sabbia, finora, ha tenuto a bada.
Il dragaggio “sicuro” esiste, per carità. Ma ha tre condizioni non negoziabili: tempo, soldi e controlli terzi. Vasche di colmata a norma, caratterizzazione metro per metro, monitoraggio h24, discariche autorizzate per i fanghi tossici. Se invece l’urgenza è “fare presto perché la regata è nel 2027”, allora non è dragaggio: è roulette russa ambientale. E il banco lo paga Napoli per i prossimi 30 anni.
La polemica: due eventi, due morali
Ecco il cortocircuito. Il Giro usa Napoli e la restituisce intatta, anzi più bella. L’America’s Cup chiede a Napoli di scegliere cosa vuole essere. Se usi la vela come alibi per dragare in fretta, baratti tumori per due settimane di regate e qualche selfie con Luna Rossa. Se invece pretendi che ogni metro cubo dragato sia preceduto da bonifica certificata, fondi certi e cronoprogramma pubblico, allora la Cup diventa davvero l’acceleratore che Bagnoli aspetta dal 1992.
Il problema è che in campagna elettorale nessuno lo dice chiaro. Tutti “entusiasti per la grande occasione”. Nessuno che metta nero su bianco: quanto costa dragare Bagnoli in sicurezza? Dove vanno i fanghi? Chi controlla? Cosa succede se si sforano i tempi? E chi oggi dice “no alla Cup” abbia il coraggio di spiegare l’alternativa, perché “non fare” significa lasciare l’arsenico lì sotto altri vent’anni, con i bambini che ci fanno il bagno accanto.
La verità scomoda
Il Giro è una vetrina. L’America’s Cup è un esame di coscienza. Il primo lo reggi con vigili urbani e transenne. Il secondo lo reggi solo se tratti Bagnoli da bonifica nazionale, non da location. Altrimenti stiamo vendendo il mare a rate per comprare una diretta tv.
Napoli non ha bisogno di scegliere tra sviluppo e salute. Ha bisogno di politici che smettano di confondere una gara di bici con una gara a chi draga prima. Perché il cancro non firma accordi di programma. E il mare, quando si arrabbia, non manda comunicati stampa. Draga e basta









