lunedì, Ottobre 12, 2026
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NAPOLI, QUATTRO AZIENDE SOTTO LA LENTE ANTIMAFIA: IL PREFETTO DI BARI SCELIE LA “PREVENZIONE COLLABORATIVA”

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NAPOLI — Quattro provvedimenti. Quattro aziende. Quattro storie imprenditoriali finite sotto la lente della prevenzione antimafia. E una parola che, a Napoli, pesa come un macigno: infiltrazione. Il Prefetto di Napoli Michele di Bari ha adottato nei giorni scorsi quattro provvedimenti di “prevenzione collaborativa” ai sensi dell’articolo 94-bis del Codice antimafia. La misura riguarda imprese con sedi nei comuni di Napoli e Acerra, attive in comparti diversi ma considerati esposti al rischio di condizionamenti criminali: edilizia, coltivazione di frutta, servizi di pulizia, raccolta dei rifiuti urbani, disinfezione, disinfestazione e sanificazione. Non è un dettaglio amministrativo. È uno degli strumenti attraverso i quali lo Stato prova ad anticipare la soglia di intervento prima che un rischio di infiltrazione mafiosa possa trasformarsi in un condizionamento stabile dell’impresa. Ma attenzione: la prevenzione collaborativa non equivale a una condanna penale e non significa che le aziende siano state riconosciute responsabili di appartenenza mafiosa. La logica è diversa. L’articolo 94-bis del decreto legislativo 159 del 2011 consente, nei casi in cui i tentativi di infiltrazione siano riconducibili a forme di “agevolazione occasionale”, di imporre all’impresa un percorso di controllo e adeguamento. La durata prevista è compresa tra sei e dodici mesi. E qui arriva il punto. Perché lo Stato, in questi casi, non sceglie necessariamente di spegnere l’azienda. Non mette automaticamente la parola fine all’attività economica. Prova invece a intervenire sul meccanismo interno. A controllare. A prescrivere. A verificare. A impedire che eventuali vulnerabilità possano essere sfruttate dalla criminalità organizzata. È una strategia diversa dall’interdittiva antimafia. Più chirurgica. Più graduata. Ma non per questo meno significativa. La Prefettura di Napoli ha spiegato che l’obiettivo dell’azione antimafia è tutelare l’economia legale e impedire che il mercato venga contaminato dagli interessi dei sodalizi criminali radicati sul territorio. L’attività viene svolta con il supporto delle Forze dell’ordine e della Direzione Investigativa Antimafia, attraverso il sistema di prevenzione amministrativa coordinato dalla Prefettura. Il messaggio è chiaro. La camorra non ha bisogno di mettere una pistola sul tavolo per entrare nell’economia. Può bastare un rapporto commerciale. Un’intermediazione. Un subappalto. Un socio. Un fornitore. Un contratto. Un movimento finanziario. Una relazione apparentemente innocua. È proprio su questa zona grigia che si concentra una parte decisiva della prevenzione antimafia. Napoli e la sua provincia conoscono da decenni il peso dell’infiltrazione criminale nell’economia. Ma oggi il contrasto non passa soltanto dalle operazioni di polizia e dalle ordinanze giudiziarie. Passa anche dai controlli amministrativi. Dalle verifiche sulle imprese. Dalla capacità dello Stato di intercettare segnali di rischio prima che diventino strutturali. E l’articolo 94-bis nasce proprio con questa filosofia. Non aspettare necessariamente che il danno sia compiuto. Intervenire prima. Individuare una situazione di rischio. Stabilire prescrizioni. Monitorare l’azienda. E verificare se quella vulnerabilità può essere rimossa. Quattro aziende, dunque, entrano in questo percorso. I settori non sono casuali. L’edilizia è storicamente uno dei comparti più esposti ai tentativi di infiltrazione criminale, soprattutto quando entrano in gioco appalti, subappalti, movimentazione di materiali, manodopera e grandi flussi economici. Ma anche il comparto agricolo può essere vulnerabile, soprattutto quando la filiera comprende trasporto, commercializzazione e intermediazione. E poi ci sono le pulizie e il mondo dei rifiuti. Settori nei quali il controllo dei contratti e della catena degli affidamenti assume un’importanza decisiva. È proprio nel settore ambientale che la criminalità organizzata ha costruito, negli anni, una parte dei propri interessi economici. Rifiuti, trasporti, servizi, bonifiche. Parole che in Campania non possono essere pronunciate con leggerezza. Dietro un contratto apparentemente regolare possono nascondersi, quando esistono condizionamenti criminali, dinamiche completamente diverse. Ed è per questo che il sistema prefettizio mantiene alta l’attenzione. La prevenzione collaborativa, però, introduce anche un’altra domanda. È possibile recuperare un’impresa prima che il rischio diventi irreversibile? La risposta dello strumento è sì. Ed è proprio questo il senso della misura. L’azienda resta operativa, ma deve seguire un percorso di osservazione e adeguamento. L’obiettivo è riportarla pienamente nel circuito dell’economia legale. Non è una promozione. Non è un’assoluzione. Non è neppure una semplice raccomandazione. È un intervento amministrativo costruito per tenere sotto controllo una situazione considerata rischiosa senza arrivare immediatamente alla misura più grave dell’interdittiva. Il punto centrale diventa allora il controllo. Chi controlla? Con quali strumenti? Per quanto tempo? E cosa succede se le prescrizioni non vengono rispettate? Sono domande decisive perché la prevenzione funziona soltanto se il monitoraggio è reale, puntuale e continuo. La Prefettura di Napoli negli ultimi mesi ha intensificato l’attività antimafia. Nel giugno 2026, ad esempio, aveva annunciato sette nuovi provvedimenti antimafia riguardanti aziende con sede tra Napoli, Melito, Mugnano, Villaricca e Afragola, attive in diversi comparti economici. A luglio erano invece stati adottati cinque provvedimenti interdittivi nei confronti di imprese con sede a Mugnano di Napoli, Villaricca, San Paolo Bel Sito e Napoli, operanti nei settori dell’edilizia, della fabbricazione di calzature, del noleggio, dell’intrattenimento, del commercio di abbigliamento e della coltivazione di alberi da frutta. Il quadro restituisce una fotografia precisa: la prevenzione antimafia non riguarda più soltanto i settori tradizionalmente associati all’edilizia pesante o ai grandi appalti. L’attenzione si estende a una parte molto ampia del tessuto produttivo. E allora la partita diventa economica prima ancora che giudiziaria. Perché togliere spazio alla criminalità significa impedire che un’impresa collegata o vulnerabile possa ottenere vantaggi rispetto a chi lavora rispettando le regole. Significa proteggere la concorrenza. Significa evitare che il prezzo della presenza criminale venga pagato dagli imprenditori onesti. Il problema è che la criminalità organizzata non sempre arriva presentandosi per quello che è. Non bussa alla porta dicendo di essere la camorra. Cerca relazioni. Cerca opportunità. Cerca imprese vulnerabili. Cerca settori nei quali girano soldi e dove il controllo può essere più difficile. La prevenzione collaborativa prova proprio a interrompere questo meccanismo. È una battaglia silenziosa. Nessun blitz spettacolare. Nessun elicottero. Nessuna colonna di auto delle Forze dell’ordine. Ma dietro un provvedimento prefettizio possono esserci mesi di informazioni, verifiche, incroci documentali, accertamenti e valutazioni. È la parte meno visibile della lotta alle mafie. Quella che non fa rumore. Quella che non produce necessariamente immagini da prima pagina. Ma che può incidere direttamente sul potere economico dei clan. Perché oggi la mafia non si misura soltanto con le armi. Si misura con il denaro. Con gli appalti. Con le società. Con i rapporti commerciali. Con la capacità di infiltrarsi nei mercati. Ed è qui che entra in gioco la prevenzione amministrativa. Il Prefetto di Napoli Michele di Bari ha scelto, in questi quattro casi, la strada prevista dall’articolo 94-bis. Una scelta che riconosce la necessità di intervenire ma, allo stesso tempo, distingue situazioni ritenute occasionali da fenomeni di infiltrazione strutturale. È una distinzione fondamentale. Perché l’obiettivo non è colpire indiscriminatamente l’impresa. L’obiettivo è impedire che eventuali condizionamenti criminali possano consolidarsi. La domanda, adesso, è una sola: cosa accadrà al termine del percorso? Se le prescrizioni saranno rispettate e le criticità superate, il sistema punta al pieno rientro dell’impresa nel circuito dell’economia legale. Se invece il rischio dovesse persistere o emergessero nuovi elementi, potranno essere valutate ulteriori misure secondo quanto previsto dalla normativa. Ecco perché quei quattro provvedimenti non rappresentano un punto di arrivo. Sono un punto di partenza. La vera partita si gioca nei prossimi mesi. Controllare significa verificare. Prevenire significa intervenire prima. E contrastare la criminalità organizzata significa soprattutto impedire che riesca a trasformare l’economia legale in una fonte di potere. Napoli continua a essere una provincia economicamente viva, capace di produrre imprese, lavoro e ricchezza. Ma proprio questa ricchezza può attirare interessi criminali. La risposta non può essere soltanto repressiva. Deve essere anche preventiva, amministrativa, economica. La strategia della Prefettura si muove lungo questa linea. Anticipare il rischio. Proteggere il mercato. Salvaguardare chi lavora rispettando le regole. Quattro imprese. Un percorso di monitoraggio. Un anno, nei casi indicati, per dimostrare che il rischio può essere neutralizzato e che l’economia legale può tornare a essere impermeabile alle pressioni criminali. Ma il cronometro, adesso, parte davvero. E sarà il controllo concreto dei prossimi mesi a dire se la prevenzione collaborativa avrà raggiunto il suo obiettivo: non limitarsi a individuare una possibile infiltrazione, ma impedire che quella infiltrazione diventi potere.

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