martedì, Dicembre 9, 2025
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Napoli, “Solo Dio può perdonare”: il padre di Francesco Pio Maimone chiede giustizia

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In un’aula del tribunale di Napoli gravata dal silenzio e dal dolore, Antonio Maimone, padre del diciottenne Francesco Pio Maimone ucciso nella notte tra il 19 e il 20 marzo 2023 negli chalet del lungomare di Mergellina, ha preso la parola con voce rotta ma decisa: «Non posso perdonare Valda, non ho questa forza. Il perdono glielo deve dare solo Dio». Le parole del genitore hanno squarciato l’apparente compostezza dell’udienza di secondo grado, dove è in discussione la conferma della condanna all’ergastolo nei confronti del presunto responsabile, Francesco Pio Valda, baby-boss della camorra di Barra, condannato in primo grado. Nel suo intervento il padre di Francesco non ha solo espresso il proprio dolore indelebile, ma ha puntato dritto alla sostanza della vicenda: «Se vai a Mergellina armato, in mezzo a tanta gente, significa che avevi già intenzione di fare del male» ha detto Maimone riferendosi al contesto di movida e infiltrazioni criminali che hanno trasformato un sabato sera in strage. Secondo la ricostruzione degli inquirenti e come sottolineato anche dall’avvocato della parte civile Sergio Pisani, assistente della famiglia Maimone, il colpo esploso non è stato un errore isolato ma un atto che assume i contorni dell’omicidio di camorra, per la modalità, il luogo e la presenza di testimoni che parlano non tanto di lite casuale quanto di azione intimidatoria. La famiglia Maimone ha scritto e depositato al tribunale una lettera aperta dove ricostruisce quei terribili istanti: Francesco Pio, ragazzo «per bene, lavoratore, pieno di voglia di vivere» come lo descrivono i suoi genitori, si trovava fuori uno degli chalet per un drink, con amici, quando è stato centrato al petto da una pallottola sparata da Valda durante uno scontro tra gruppi rivali. In quell’udienza di novembre 2025 è emersa anche la questione dell’aggravante mafiosa: l’accusa la ritiene provata, la difesa la contesta, mentre l’avvocato del Comune di Napoli ha ribadito che «ritenere insussistente l’aggravante mafiosa significa far fare un passo indietro alla città». Per la famiglia, tuttavia, la parola «giustizia» va oltre la punizione: è richiamo sociale, monito alle nuove generazioni, messaggio per una città che continua troppo spesso a perdere vite innocenti. «La sua morte è una condanna a vita per noi» dicono i genitori, «non possiamo lasciarla senza memoria». A Napoli-Mergellina, zona che rappresentava per Francesco Pio uno scenario di lavoro e speranza, quel sabato sera si è trasformato in tragedia. Le immagini della movida, dei gruppi, della musica e dei drink lasciano spazio oggi a domande scomode: quanto pesa l’infiltrazione camorrista nelle piazze apparentemente libere; quanto la cultura del “devi avere” e “devi mostrare” può generare orrore e morte. Antonio Maimone ha lanciato un appello non solo alla Corte, ma alla collettività: «Che la sentenza in nome del popolo italiano si pronunci anche nel nome di Pio». Nell’aula sono volate le immagini della vittima, i ricordi degli amici, le testimonianze degli investigatori che parlano di colpi ad altezza d’uomo, di fughe, di un contesto di violenza normalizzata. Ma l’intervento del padre ha riportato tutto all’essenziale: la perdita di una vita e l’assurdità della rabbia che la ha tolta. «Solo Dio può perdonare – ha detto – io chiedo solo giustizia». Mentre il processo di appello prosegue, la famiglia Maimone resterà parte civile, come simbolo delle vittime innocenti della criminalità che non vogliono essere dimenticate. E Napoli, dal suo mondo di bar, di discese e di mare, assume un’altra ferita che chiede di non restare aperta: perché il dolore di un padre, manifesto e silenzioso, diventi motivo di cambiamento, di presa di responsabilità, non solo di indignazione.

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