Napoli torna a interrogarsi sulla tenuta del sistema della giustizia minorile dopo il tentativo di fuga di un giovane detenuto dall’Istituto Penale per i Minorenni di Nisida, avvenuto al termine di una visita medica esterna, un episodio che, pur rientrato senza conseguenze drammatiche, solleva interrogativi seri e non eludibili su procedure, vigilanza e soprattutto sul senso profondo della custodia educativa in un luogo che per sua natura dovrebbe essere presidio di recupero e non solo di contenimento, perché la notizia corre veloce e colpisce l’opinione pubblica non tanto per l’atto in sé, che rientra purtroppo in una casistica già vista, quanto per il contesto in cui avviene, quello di un istituto simbolo come Nisida, isola-carcere che rappresenta nell’immaginario collettivo un laboratorio di rieducazione possibile, e invece ogni episodio di questo tipo rischia di incrinare la fiducia nel sistema e di alimentare letture semplicistiche e punitive, mentre la realtà è più complessa e richiede uno sguardo critico ma onesto, perché se da un lato è doveroso riconoscere la professionalità e l’impegno quotidiano del personale della Polizia Penitenziaria e degli operatori sanitari, che lavorano in condizioni spesso difficili e con organici ridotti, dall’altro non si può far finta di nulla davanti a falle organizzative che emergono puntualmente proprio nei momenti di maggiore esposizione, come le traduzioni esterne per visite mediche, dove il confine tra tutela del diritto alla salute e sicurezza diventa sottile e delicato, ed è qui che la riflessione deve andare oltre la cronaca per interrogarsi sul modello complessivo, perché il carcere minorile non può essere pensato come una copia in scala ridotta di quello per adulti, né tantomeno come un luogo dove la risposta a ogni criticità sia l’inasprimento delle misure o la chiusura difensiva, poiché dietro ogni tentativo di fuga c’è sempre una miscela di paura, fragilità, impulsività e spesso disperazione, elementi che non giustificano l’atto ma aiutano a comprenderne le radici, e comprendere non significa assolvere bensì prevenire, intervenire prima che la tensione esploda, investire su personale formato, su protocolli chiari e su una rete di collaborazione tra giustizia, sanità e servizi educativi che non lasci scoperti i passaggi più delicati, perché ogni falla del sistema non è solo un problema di ordine pubblico ma un fallimento educativo che rischia di segnare in modo irreversibile il percorso di ragazzi già feriti dalla vita, e allora l’episodio di Nisida diventa uno specchio impietoso che ci obbliga a chiederci se stiamo davvero mettendo al centro il diritto alla crescita e al recupero o se continuiamo a oscillare tra emergenza e indignazione senza mai affrontare le cause strutturali, perché un sistema che si limita a rincorrere le criticità senza riformare se stesso è destinato a ripetere gli stessi errori, e Napoli, città complessa e contraddittoria, non può permettersi di perdere anche questa battaglia silenziosa che si combatte lontano dai riflettori, nelle corsie degli ospedali e nei corridoi degli istituti minorili, dove la sicurezza non è in contraddizione con l’umanità ma ne è una condizione imprescindibile.









