lunedì, Ottobre 12, 2026
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NEW YORK — ALL’ONU IL PARADOSSO DEI POTENTI: ABBAS COLLEGATO DA RAMALLAH, NETANYAHU SUL PODIO E IL MONDO CHE SI SPACCA IN DIRETTA

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NEW YORK — C’è qualcosa di tremendamente simbolico nella scena. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Il palazzo che dovrebbe rappresentare il multilateralismo. La Carta che parla di popoli, diritti, pace, dignità. E poi le porte. Quelle che si aprono per qualcuno. Quelle che si chiudono per qualcun altro. Mahmoud Abbas non è potuto entrare negli Stati Uniti. L’amministrazione Trump ha negato i visti agli esponenti palestinesi in vista dell’Assemblea Generale. Washington ha motivato la decisione richiamando accuse e contestazioni rivolte all’Autorità Palestinese e all’OLP. L’ONU, però, ha autorizzato Abbas a intervenire comunque, attraverso un collegamento video. E allora eccola, la prima fotografia. Un presidente palestinese che parla da lontano. Uno schermo al posto del podio. Una guerra che entra nell’aula delle Nazioni Unite anche senza bisogno di portare fisicamente tutti i protagonisti nella stessa stanza. Poi arriva Netanyahu. Il premier israeliano sale sul palco il 24 settembre. E il clima è già rovente. Decine di delegati lasciano l’aula all’inizio del suo intervento. Netanyahu li definisce “codardi morali” e invita chiunque condivida quella posizione ad andarsene. Il palcoscenico, ancora una volta, diventa teatro dello scontro. Non soltanto diplomazia. Non soltanto parole. È una guerra politica dentro una sala costruita per tentare di impedire che le guerre diventino l’unico linguaggio possibile. Netanyahu difende l’operato di Israele e respinge le critiche internazionali sulla guerra a Gaza. Le contestazioni aumentano. Le immagini fanno il giro del mondo. Le sedie che si svuotano diventano esse stesse una notizia. E qui il cronista deve fermarsi un secondo. Perché non basta raccontare chi applaude e chi esce. Bisogna ricordare cosa dovrebbe essere quel palazzo. L’ONU nasce per gestire conflitti, costruire cooperazione, difendere principi comuni. L’Assemblea Generale è il principale organo deliberativo e rappresentativo dell’Organizzazione e riunisce tutti i 193 Stati membri. Pedro Sánchez, intervenendo il 23 settembre, ha scelto proprio questa strada: ha richiamato la Carta delle Nazioni Unite e il multilateralismo, sostenendo che quei principi debbano essere rafforzati proprio mentre vengono messi sotto pressione. Parole che acquistano un peso particolare mentre Gaza continua a essere al centro dello scontro internazionale. E mentre il mondo discute di guerra, distruzione e responsabilità, l’Italia offre un’altra fotografia. Roma, 20 settembre. Fenix. Giorgia Meloni annuncia un provvedimento che dovrebbe introdurre un limite al numero di studenti stranieri per classe, l’obbligo per alcuni genitori stranieri di imparare l’italiano e il divieto di burqa e hijab a scuola, secondo quanto dichiarato dalla presidente del Consiglio. Tre giorni dopo, Milano. Fashion Week. Meloni partecipa alla serata inaugurale e parla dell’importanza economica della moda, definendo significativa la presenza del governo accanto a un settore che, secondo le sue parole, continua a produrre risultati per l’economia italiana e annunciando anche 100 milioni di euro per gli investimenti. Non c’è nulla di illegittimo nel passare da un palco politico a un evento economico. È normale attività istituzionale. Ma il contrasto delle immagini è inevitabile. Da una parte New York. Gaza. Le vittime. I delegati che escono. Abbas collegato da Ramallah. Netanyahu davanti all’Assemblea. Dall’altra Roma e Milano. La politica interna. La scuola. L’immigrazione. La moda. È la politica nel suo eterno esercizio di simultaneità: mentre una parte del mondo brucia, un’altra discute di simboli, identità, tessuti, confini culturali e passerelle. E proprio qui nasce la domanda scomoda. Non “chi ha ragione?”. Quella risposta appartiene alla storia, ai tribunali, alla diplomazia e soprattutto ai fatti. La domanda è un’altra: quanto vale davvero la parola “pace” quando gli Stati che siedono nello stesso palazzo non riescono nemmeno a garantire una percezione condivisa delle regole? Quanto vale la Carta dell’ONU se ogni potenza la interpreta secondo il proprio interesse? Quanto pesa il silenzio degli Stati? E quanto pesa, invece, parlare quando parlare costa? La provocazione può essere cinica. La realtà molto meno. Fuori dall’aula dell’ONU non esistono applausi diplomatici. Esistono famiglie, bambini, sfollati, ostaggi, soldati, morti. Esistono persone che non hanno un podio, né una delegazione, né una telecamera. Sono loro il punto cieco di questa gigantesca rappresentazione internazionale. E allora, davanti a tanta diplomazia urlata, forse resta una domanda terribilmente semplice. Non serve insultare nessuno. Non serve scegliere una bandiera per rispondere. Basta guardare le immagini. Un uomo parla da uno schermo perché non può entrare negli Stati Uniti. Un altro parla dal podio mentre decine di delegati lasciano la sala. Un presidente europeo richiama la Carta delle Nazioni Unite. E il mondo continua a chiedersi se quella Carta sia ancora una promessa concreta oppure soltanto un bellissimo testo da citare nei discorsi. Perché se la pace deve essere soltanto una parola pronunciata davanti alle telecamere, allora il problema non è il volume della voce. È il silenzio che arriva dopo.

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