
Non è un semplice ritocco. È una nuova stangata che arriva a poche settimane dal precedente aumento di metà gennaio. Dopo aver colpito i marchi più diffusi, il rialzo dei prezzi tocca ora diversi prodotti del gruppo Japan Tobacco International (JTI), riaccendendo il malumore tra i fumatori e riaprendo il dibattito su fisco, salute pubblica e strategie industriali. Tra i marchi coinvolti figurano le iconiche Camel. La versione light nel pacchetto rigido passa da 6 euro a 6,30 euro, mentre il pacchetto morbido si attesta a 5,80 euro. Un incremento che, moltiplicato per milioni di confezioni vendute, pesa sensibilmente sulle tasche dei consumatori abituali. L’elenco aggiornato dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli comprende anche:
-
Winston: 5,80 euro
-
American Spirit: 6,80 euro
-
Glamour: 6,50 euro
-
Benson & Hedges: 5,50 euro
Ritocchi verso l’alto anche per sigari e trinciati: i Din Tomas Classico Robusto Humi-pack arrivano a 5,20 euro, mentre i Rolls Red toccano quota 5,40 euro.
Un aumento diffuso, capillare, che non lascia intatte neppure le fasce di prezzo medio-basse. La causa è fiscale. Gli incrementi derivano dalle misure contenute nell’ultima legge di bilancio, che ha previsto un aumento delle accise sui tabacchi lavorati. L’obiettivo dichiarato è duplice: rafforzare le entrate pubbliche e, indirettamente, disincentivare il consumo. Secondo le stime ufficiali, il nuovo assetto porterà circa 900 milioni di euro in più all’Erario nel solo 2026. Una cifra significativa, ma che si inserisce in un gettito complessivo annuo già imponente: circa 15 miliardi di euro provenienti dal comparto tabacchi. Il tabacco si conferma così una delle voci fiscali più solide e prevedibili del bilancio statale. Una stabilità che, però, poggia su un paradosso: lo Stato incassa su un consumo che, parallelamente, le politiche sanitarie cercano di ridurre. Almeno per ora restano esclusi dagli aumenti i prodotti a tabacco riscaldato, come Terea. È un dettaglio tutt’altro che marginale. Il segmento “heat-not-burn” rappresenta il terreno di investimento strategico per le multinazionali del settore, impegnate in una transizione industriale che punta su alternative considerate meno dannose rispetto alle sigarette tradizionali. Lasciare invariata la tassazione su questi prodotti significa, di fatto, mantenere un differenziale di prezzo che può orientare le scelte dei consumatori. Non è solo una questione di salute pubblica, ma anche di concorrenza tra categorie merceologiche. Ogni aumento riapre lo stesso interrogativo: i rincari riducono davvero il consumo? Le evidenze mostrano che l’elasticità della domanda nel tabacco è limitata. Molti fumatori assorbono l’aumento, altri si spostano verso marchi meno costosi o verso il mercato del trinciato. Una quota residuale, ma non trascurabile, può essere tentata dal mercato illecito. Il rischio, quando la pressione fiscale cresce rapidamente, è proprio questo: ampliare gli spazi per il contrabbando, con effetti opposti rispetto agli obiettivi dichiarati. La stretta sui prezzi delle sigarette è una scelta politica precisa: fare cassa e, al tempo stesso, rafforzare la leva dissuasiva. Ma l’equilibrio resta fragile. Da un lato, le esigenze di bilancio; dall’altro, la sostenibilità sociale delle misure e l’evoluzione del mercato. Il nuovo rincaro conferma una tendenza strutturale: il tabacco è sempre più un bene gravato da fiscalità crescente, inserito in una strategia di progressivo contenimento. Resta da capire se il prossimo passo riguarderà anche il tabacco riscaldato o se il legislatore continuerà a usarlo come leva di transizione. Intanto, per milioni di fumatori italiani, il conto alla cassa è già aumentato. E non sarà l’ultimo.









