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NUTO REVELLI: LA GUERRA E LA PACE DEI POVERI, di Antonio Catalfamo

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NUTO REVELLI: LA GUERRA E LA PACE DEI POVERI

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Nuto Revelli è nato nel 1919 a Cuneo, dove è morto nel 2004. Militare di carriera, ha vissuto l’esperienza della ritirata di Russia come ufficiale degli alpini. Dopo l’8 settembre ha partecipato alla Resistenza come comandante partigiano nelle formazioni di «Giustizia e Libertà». Per il suo impegno in prima fila nella lotta contro i nazi-fascisti ha ottenuto la medaglia d’argento. Dopo la Liberazione ha abbandonato la carriera militare e si è dedicato al commercio di ferramenta, rifiutando le ripetute offerte di candidatura al Parlamento, perché troppo legato alla sua terra.

Alla guerra ha dedicato varie opere: Mai tardi (pubblicato 1946), diario sulla ritirata di Russia; La guerra dei poveri (1962), sull’esperienza partigiana; La strada del davai (1966), raccolta di testimonianze orali di quaranta reduci della Cuneese; L’ultimo fronte (1971), raccolta di lettere dei soldati caduti o dispersi nella seconda guerra mondiale.

Chi, come me, ha conosciuto personalmente Nuto Revelli, ha potuto apprezzare la sua personalità complessa, forte e nel contempo delicata, riservata e insieme consapevole del proprio valore. Una personalità temprata dalla guerra, ch’egli non ha potuto dimenticare, come Primo Levi, come Mario Rigoni Stern. Ennio Flaiano ha scritto che gli intellettuali saltano sempre sul carro dei vincitori. Revelli, invece, è saltato sul carro dei vinti, in pace e in guerra, perché anch’egli è stato vinto, sconfitto, tradito negli ideali in cui credeva. È tornato dal fronte russo con dentro un vuoto immenso, che si è andato riempiendo di valori nuovi a poco a poco. Mi ha scritto una volta: «Noi eravamo bambini. Siamo diventati grandi con la guerra». Per lui la Resistenza ha significato il riscatto da un tradimento. Emblematica, a tal proposito, la canzone Pietà l’è morta, ch’egli ha scritto in montagna, assieme ai suoi compagni, nei rari momenti di requie. Un alpino è morto in Russia, ma ora un partigiano lo sta vendicando.

Le opere di Revelli sulla guerra rappresentano una svolta nella storiografia. Egli ha voluto che a raccontare la storia fossero gli umili, i semplici, quelli che hanno veramente combattuto la guerra e l’hanno subita. Gli è sembrato giusto che non parlassero soltanto i generali con i loro memoriali, i Graziani, i Badoglio, i Roatta. E allora ha dato voce ai soldati, poi, nel dopoguerra, il discorso si è allargato ai contadini della sua terra.

La provincia di Cuneo è una provincia prevalentemente agricola, soprattutto a reclutamento alpino. Il discorso di Revelli con i contadini è, dunque, iniziato dall’esperienza di Russia, da quell’immenso massacro. Contadini erano i suoi soldati, contadini erano anche i russi; contadini in divisa, ma sempre contadini. Uomini mandati al macello, in mezzo alla neve, in una guerra che non era loro, che non capivano. E Revelli è riuscito, in Mai tardi, a inserire il proprio dramma individuale in quello collettivo, a far parlare questi soldati-contadini, aderendo egli stesso ai loro sentimenti, alle loro paure, alle loro speranze. Un capolavoro che ci ricorda Tolstoj, il rapporto tra l’intellettuale Bezucov e il contadino Karataiev, che gli fa da maestro di vita.

Ne La strada del davai e ne L’ultimo fronte, è come se Revelli fosse “strabico”. Va a cercare le testimonianze della guerra, ormai finita, e trova la gente intenta a combattere un’altra guerra, quella per la sopravvivenza, a partire in cerca del lavoro, ad emigrare. Le famiglie si spaccano, i destini si separano. E così i libri sono scritti con un occhio al passato e uno al presente, anch’esso travagliato, combattuto. Non c’è pace per il mondo contadino, aggredito sin dalle fondamenta dal neo-cannibalismo del capitale.

La guerra dei poveri è dedicato all’esperienza partigiana. Lo stile di Revelli è semplice, asciutto, diverso da quello di tanta letteratura resistenziale. E, infatti, Revelli è sempre stato contrario alla retorica sulla Resistenza, di cui furono protagonisti uomini in carne ed ossa, con i loro pregi e i loro difetti, animati però da un grande desiderio di libertà. Perciò, Revelli non ama i grandi monumenti, con quei soldati con lo sguardo disperso nel vuoto, che non si sa dove vadano. Descrive la Resistenza nella sua dimensione assolutamente umana, non eroica.

Ho avuto il raro privilegio di andare a visitare i luoghi della guerra partigiana assieme a Revelli, di sentire il racconto degli avvenimenti dalla sua viva voce, dopo aver letto i suoi libri. Siamo partiti in macchina da Cuneo, alla fine di maggio ’94, alla volta della Valle Stura. La zona partigiana si apriva con un ponte che i partigiani di Revelli fecero saltare per aria, mettendoci poi un cartello: «Zona libera partigiana». Ad un certo punto ci fermiamo. Revelli, con voce emozionata, mi indica con l’indice i luoghi della sua Resistenza. Quella è la Madonna del Colletto, dove nacque la prima formazione di «Giustizia e Libertà», con Livio Bianco e Duccio Galimberti. Più in là l’Alcazar, un mammellone verde, così battezzato dai partigiani nel ricordo della roccaforte spagnola. Eppoi il Vallone dell’Arma, dove una settantina di partigiani resistettero ai tedeschi, durante uno dei più drammatici rastrellamenti, rifugiandosi successivamente in alta quota, per tornare infine al punto di partenza, quando i tedeschi credevano di aver già rastrellato la valle.

È meraviglioso vedere Revelli immerso nelle sue valli, in perfetta armonia con la natura, ma anche con gli uomini che ci vivono. Avrò la conferma più tardi, a Demonte, dove sostiamo nella piazza, prima di andare a pranzo nel ristorante di un vecchio partigiano, che fu in montagna con Revelli. La gente attornia Revelli. Si avvicina un vecchio contadino in bicicletta, col fazzoletto al collo. Fa finta di non conoscere Revelli: «La tua faccia mi ricorda qualcuno». Nuto sta al gioco, risponde scanzonato: «Sono stato parroco per trent’anni». «Sì, magari lassù in montagna, col mitra», sorride il vecchio socchiudendo gli occhi. La conversazione avviene in dialetto piemontese, i più anziani parlano il patois. E qui emerge come la Resistenza non sia stata calata dall’alto, ma sia profondamente sentita da questa gente, povera ma gelosa della propria libertà. Così, nella sua semplicità, va rappresentata, e così Revelli l’ha rappresentata nelle sue opere.

Dopo la guerra dei poveri, la pace dei poveri. Ad essa Revelli ha dedicato i due volumi de Il mondo dei vinti (1977) e L’anello forte (1985). Il mondo dei vinti ci ricorda le Conversazioni contadine (1962) di Danilo Dolci, ma è diverso il metodo di ricerca adoperato da Revelli. Dolci raccoglie i suoi amici contadini in un locale di Spine Sante di Partinico (Palermo), detta un tema e su di esso si svolge un dibattito. Revelli va a raccogliere le testimonianze sul campo. Contatta i «testimoni» attraverso «mediatori» ch’egli ha conosciuto svolgendo la modesta attività di commerciante di ferramenta. Il ruolo del mediatore è quello di “rompere il ghiaccio”, di vincere, con il rispetto di cui gode, la consueta ritrosia contadina. Revelli ama ricordare un grande mediatore, Dalmasìn, organizzatore di 30‒40 incontri. Il discorso procede a ruota libera, senza un argomento prestabilito. I temi prediletti dai testimoni sono quelli dell’infanzia, della giovinezza, della famiglia, dell’emigrazione, del lavoro, e sopra tutti, il tema della guerra. Nella trascrizione delle conversazioni registrate col magnetofono, Revelli tenta di ridurre al minimo la sua attività di mediazione. Si limita ad ordinare cronologicamente il discorso, ad una traduzione per quanto è possibile letterale della conversazione, che avviene quasi esclusivamente in dialetto (alcune espressioni dialettali significative sono riprodotte fedelmente).

Ma se è diverso il metodo adottato da Revelli, uguale è l’obiettivo ch’egli si pone: quello di contrapporre alla storia ufficiale dei vincitori una storia scritta dai vinti. È possibile ricostruire, attraverso le testimonianze, i mutamenti economici e sociali intervenuti nell’Italia contadina dal dopoguerra ai nostri giorni. Gli anni Cinquanta risultano caratterizzati dalla difesa miope del proprio fazzoletto di terra da parte del contadino, e ciò impedisce la diffusione della cooperazione nel cuneese e altrove. Gli anni Sessanta portano all’industrializzazione selvaggia, con il conseguente spopolamento delle campagne e il fallimento dell’economia agricola. Sorgono la Michelin e la Ferrero. Oggi nel paesaggio cuneese è evidente il contrasto tra l’industria e l’agricoltura ricca, da un lato, e la piccola proprietà contadina abbandonata, dall’altro. L’inquinamento atmosferico e delle acque, il turismo dissennato, completano il quadro. Non c’è in Revelli un’esaltazione del passato, il mito del “buon selvaggio”: il passato serve a capire il presente.

L’anello forte è dedicato al pianeta donna. Revelli ha scelto questo titolo ripensando non tanto la donna partigiana, quanto la donna contadina. Quando si avvicinava una rappresaglia, un rastrellamento tedesco e fascista, l’uomo in genere aveva i motivi validi, ma anche alle volte degli alibi, per allontanarsi, per darsi alla macchia: l’uomo anziano, l’uomo di mezza età, l’uomo giovane. Chi restava lì ad affrontare la violenza era la donna. La donna era veramente forte, era il personaggio centrale della società contadina.

Si parla tanto di «etnostoria», cioè di un metodo storiografico che utilizzi, accanto alle fonti tradizionali, altre fonti ancora trascurate: quelle orali in primo luogo, eppoi quelle rappresentate dalla storiografia locale (gli atti dei consigli comunali, gli archivi…) e così via. Ebbene, Revelli ha dato un contributo decisivo in questa direzione dando voce all’Italia che non conta.

A distanza di molti anni Revelli pubblica Il disperso di Marburg (1994).  Si tratta del risultato di una ricerca, durata otto anni, su un soldato, presumibilmente tedesco, che, nella primavera del ’44, usciva a cavallo, tutte le mattine, dalla caserma di San Rocco, frazione di Cuneo, e si addentrava nella campagna circostante, fermandosi di tanto in tanto per regalare un sigaro ai contadini della zona o per accarezzare qualche bambino. Almeno è questa l’immagine del «tedesco buono» che emerge dai ricordi sbiaditi dei testimoni sopravvissuti. Un giorno il tedesco scompare e il cavallo ritorna da solo alla caserma. Da quel momento non se ne sa più nulla, diventa un «disperso» come tanti altri. Revelli ne sente parlare e se ne incuriosisce: era un soldato o un ufficiale? Era tedesco o russo o polacco o cecoslovacco? Fu ucciso da una banda di partigiani o da sbandati? Queste ed altre domande s’addensano nella sua mente e questa storia diventa per lui un rompicapo e si fa forte il desiderio di chiarire il mistero. Sicuramente agisce da stimolo l’immagine del «tedesco buono», così diverso da quelli che Revelli ha conosciuto come nemici in guerra, violenti e sanguinari. Ma, a mio avviso, agisce anche il desiderio di dare un nome ad un disperso, avendo dinanzi agli occhi il dolore delle madri italiane che, al suo ritorno dalla Russia, lo interrogano sulla sorte dei loro figli, anch’essi dispersi.

Comincia così la ricerca di Revelli, attingendo prima alle fonti orali, poi anche a quelle scritte. Il metodo per raccogliere le prime è già stato collaudato nei lavori precedenti. Gli archivi tedeschi sono consultati attraverso alcuni amici. Questo metodo dà i frutti sperati. Il «tedesco buono» acquista un’identità ben precisa: Rudolf Knaut, nato il 18 settembre 1920 a Marburg/Lahn, celibe, studente, domiciliato a Marburg/Lahn, Am Grün 15. Knaut era un ufficiale di collegamento tra la caserma di San Rocco e quella di Borgo San Dalmazzo. Ebbe la sfortuna di trovare sulla propria strada una banda di partigiani, che era in quei paraggi per altri motivi e che fu costretta prima a catturarlo e poi ad ucciderlo, perché il cavallo, imbizzarrito, scappò via e tornò solo alla caserma, facendo scattare le ricerche. Non ci fu il consueto rastrellamento, con l’uccisione dei contadini della zona e l’incendio delle loro case, forse perché, come emerge dalla lettera inviata dal capitano Lemberg ai familiari di Knaut per dare notizia della sua scomparsa, i tedeschi speravano in uno scambio di ostaggi. Il corpo, infatti, non fu trovato, perché prima coperto dalla vegetazione e poi portato via dalla piena.

La ricerca storica s’intreccia col travaglio interiore di Revelli. Il pensiero va al passato. Riemergono le atrocità della guerra, i vari episodi di barbarie nazista. Può esserci un «tedesco buono»? Ignazio Buttitta, ultimo patriarca della poesia dialettale siciliana, recitando nelle varie piazze Lettera a una mamma tedesca, poesia dedicata alla madre di un soldato austriaco da lui ucciso sul Piave, ricordava come, col passare del tempo, guardando la foto del giovane nemico, egli lo sentisse simile a sé. «Somigliava a me quand’ero ragazzo, col tempo somigliò ai miei figli», così diceva Buttitta. E forse Revelli ha sentito il soldato tedesco simile a se stesso, anch’egli reduce dall’esperienza di Russia (con un fratello morto sul fronte russo), anch’egli vittima di una guerra che non voleva, di un regime che era riuscito a galvanizzare milioni di uomini, rendendoli incapaci di pensare autonomamente. E guardando la foto del «disperso di Marburg», così scrive Revelli: «Osservo a lungo la fotografia di Rudolf, e provo una forte emozione. Morire in combattimento fa parte del gioco, in guerra si va con due sacchi, uno per darle e l’altro per prenderle. Ma morire quando meno te l’aspetti, in un ambiente che giudicavi più di pace che di guerra, è una beffa atroce. Quanto è stupida e assurda la guerra!».

È questo il messaggio che possiamo trarre dall’opera di Nuto Revelli: un messaggio contro l’assurdità della guerra, contro tutte le guerre. «Noi credevamo che la nostra fosse l’ultima guerra», mi ha confessato Revelli. E poi mi ha parlato della libertà. Citando Calamandrei, mi ha detto che la libertà è come l’aria: la respiriamo ogni giorno e non riflettiamo sul suo valore. Ce ne rendiamo conto quando comincia a mancarci e abbiamo il fiato grosso. Attenti a non accorgersene quando è troppo tardi. Solo dando attuazione concreta ai valori della Resistenza, si può impedire che diventino le «parole vuote» di cui parlava cent’anni fa Mallarmé, che le paragonava alla moneta, la quale, passando di mano in mano, si consuma con l’uso.

L’ultimo libro di Nuto Revelli è intitolato Il prete giusto (1998). Si tratta della testimonianza, registrata e riprodotta fedelmente, secondo il metodo già collaudato, di don Raimondo Viale, «prete-partigiano», che operò a Borgo San Dalmazzo durante il fascismo, conobbe la persecuzione e l’esilio, fu personaggio scomodo anche dopo la Liberazione, tanto da essere sospeso a divinis. La figura di don Viale faceva già capolino nel volume precedente: rischiando la vita, perché già noto ai fascisti, il prete era andato a confessare quattordici giovani partigiani catturati dai tedeschi nell’alta valle Grana e transitati, prima dell’esecuzione, proprio nella caserma di San Rocco. Alla fine ne erano stati uccisi tredici: il quattordicesimo era stato graziato, perché tra due fratelli si era deciso di graziarne uno. Il personaggio di don Viale rientra nel “ciclo dei vinti”, che, però, non accettano la sconfitta, si considerano ‒ secondo la felice definizione di Concetto Marchesi ‒ victi victuri, vinti destinati a vincere. Perciò don Viale vuole testimoniare la sua esperienza di vita. Apprendendo, mentre si trova in una casa di riposo, dimenticato da tutti, che Revelli cerca notizie sui preti della campagna povera, attivi durante la Resistenza, offre la sua collaborazione, attraverso l’amico Mario Cestella. Nonostante gli anni e le malattie, rende una testimonianza vivace, commossa, che tradisce l’antico orgoglio, che non è per nulla spento. Revelli, com’è sua consuetudine, l’ha voluta riprodurre fedelmente, riducendo al minimo il suo intervento, che preferisce confinare nella seconda parte del libro, che consta di una trentina di pagine di commento e di chiarimento. Nel corso della testimonianza, invece, Revelli è intervenuto solo di fronte a qualche vuoto di memoria del suo interlocutore, a qualche imprecisione nelle date, a qualche titubanza o evidente inesattezza, anche per non dare al testimone l’impressione di parlare con un registratore, non con un interlocutore vivo. Revelli, insomma, ha voluto rimanere fedele al suo metodo, fondato sulla riproduzione fedele delle fonti orali. Si è rifiutato ‒ almeno così dichiara nel suo intervento ‒ di confrontare le fonti orali con le fonti scritte, in quanto egli non si considera uno storico, ma un «manovale della ricerca». Sta di fatto, però, che sempre, anche in passato, ciò che hanno riferito i  suoi testimoni ha avuto riscontro in studi seri compiuti da storici professionali. Revelli ha, dunque, fatto storia, una storia particolare ‒ è vero ‒ scritta dal punto di vista dei vinti, non dei vincitori, ma per ciò stesso più vera di quella «ufficiale», manipolata a seconda della contingenza politica.

Questa verità emerge chiaramente e in maniera salutare se confrontata col «revisionismo storico», mostruoso prodotto della manipolazione odierna, funzionale all’ideologia del pensiero unico neo-liberista. Dalla testimonianza di don Viale emerge il vero volto brutale del nazismo e del fascismo nostrano, che non fu certo da meno, che, sin dai suoi esordi, si macchiò di delitti efferati e si caratterizzò per la violenza come metodo di lotta politica e come mezzo di annientamento sistematico di interi popoli. Don Viale ricostruisce per flashes, rapidi ma chiari, la sua infanzia, l’azione delle prime squadracce fasciste, che, subito dopo la prima guerra mondiale, appaiono sulla scena del cuneese. Ricorda che una volta le camicie nere andarono nella miniera dove lavorava suo padre, figura eclettica di contadino-operaio, come se ne trovano tante nelle province povere dell’estremo Nord o dell’estremo Sud d’Italia, per dare l’olio di ricino ai lavoratori più riottosi, e furono respinti dalla compattezza dei minatori. Ricorda i pestaggi, ch’egli subì come parroco di Borgo San Dalmazzo, poco ligio alla congiura del silenzio ordita dal regime, l’arresto, subito dopo la funzione religiosa, per aver condannato dal pulpito la guerra fascista, la condanna all’esilio, ad Agnone, in Molise, prima a quattro anni, poi ridotta a quindici mesi e mezzo. Ricorda la soppressione delle associazioni cattoliche meno acquiescenti, dei giornali parrocchiali che non riproducevano le «veline». Dopo l’8 settembre, ricorda i rastrellamenti degli ebrei, fuggiti dalla Francia e riversatisi nelle valli del cuneese. Don Viale ha avuto il merito di salvare dalla morte sicura nei lager molti di questi ebrei, nascondendoli presso famiglie fidate, nelle baite, trasferendoli, poi, clandestinamente in Liguria. Molti di quelli che non sono sfuggiti alle grinfie dei nazi-fascisti, nonostante l’impegno di don Viale, sono stati deportati e son morti ad Auschwitz (su 349 ne sono sopravvissuti solo 9).

Tra le pieghe del libro fanno capolino alcuni personaggi, che così vengono restituiti alla memoria storica collettiva, perché caduti nell’oblio, a causa della nuova congiura del silenzio. Si tratta di don Minzoni, ucciso a bastonate, dei due preti, don Giuseppe Bernardi e don Mario Ghibaudo, trucidati dai tedeschi nella strage di Boves, di Giovanni Barale, operaio carradore, dirigente comunista, ucciso dai tedeschi dopo aver assistito all’uccisione del figlio Spartaco. Don Viale ricorda commosso Barale: «era un buono, veramente un uomo integro e caritatevole, io lo sapevo dai poveri che lui aiutava. Ammiravo il suo carattere, era un uomo forte, coraggioso». Di contro al coraggio dei preti di campagna, emergono le responsabilità delle gerarchie ecclesiastiche. Don Viale ricorda la frase di plauso del papa in occasione dell’impresa d’Etiopia: «Ci uniamo anche noi alla gioia trionfale del popolo italiano». Sottolinea che i vescovi e il Vaticano sapevano dei campi di sterminio e tacquero.

Il più grande dolore per don Raimondo Viale è stato causato dalla sospensione a divinis, sia perché così è stato staccato dalla sua gente, dai poveri, che aveva tanto amato, recidendo il cordone ombelicale che ad essi lo legava, anche nel ricordo limpido della madre devotissima, che lo aveva spinto da ragazzo al sacerdozio, sia perché per lui il ministero è «resistenza», «dote dell’uomo maturo, dell’uomo che rifiuta tutto ciò che è ingiusto, e si ribella». Perciò don Viale è stato, come ama definirsi, un «bastian cuntrario», ha sempre rifiutato il compromesso, prima col fascismo, in un’epoca di viltà generalizzata, poi con le gerarchie ecclesiastiche. «I compromessi hanno delle sfumature infinite, ma la verità è quella che è, è una scultura di pietra. Non può prestarsi ai compromessi. Se anche uno su mille lottasse per la verità non sarebbe male. Fossero tanti a resistere, fossero tutti. Sarebbe bello».

In queste parole è racchiuso il testamento spirituale che don Raimondo Viale ha lasciato, soprattutto ai giovani, ch’egli amò immensamente: l’impegno a difendere la libertà, la verità, contro i compromessi deteriori, a non dimenticare le atrocità del fascismo, che, se ha rappresentato ‒ come ha sostenuto Renzo De Felice ‒ una pagina della storia italiana, non è stata una pagina qualunque, ma una pagina macchiata di sangue e di lutti.

Antonio Catalfamo

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