
ROMA – L’universo intangibile della rete si scontra ancora una volta con il rigore della legge. La Procura della Repubblica di Roma, a seguito di una complessa indagine delegata al Nucleo Speciale Tutela Privacy e Frodi Telematiche della Guardia di Finanza, ha disposto il sequestro preventivo e l’oscuramento di una sofisticata piattaforma web specializzata nella generazione e nella diffusione massiva di materiale pornografico non consensuale. Il portale in questione era interamente dedicato alla divulgazione di immagini e filmati a sfondo sessuale artefatti, realizzati tramite evolute tecniche di intelligenza artificiale applicate alla manipolazione biometrica, noti come deepfake. Tra i soggetti sistematicamente presi di mira dai gestori del sito figuravano massime cariche istituzionali e celebrità di rilievo nazionale, tra cui il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, l’imprenditrice digitale Chiara Ferragni e la cantante Laura Pausini. I volti delle vittime venivano saldati digitalmente sui corpi di attrici hard, creando rappresentazioni virtuali ma verosimili, capaci di indurre in inganno l’utente medio e di ledere gravemente la dignità delle dirette interessate. L’aspetto tecnicamente più nodoso dell’operazione ha riguardato la localizzazione dei server. Gli amministratori della piattaforma avevano cercato di blindare la propria impunità posizionando l’intera architettura informatica oltreoceano, appoggiandosi a un’infrastruttura di hosting situata negli Stati Uniti d’America. Tale scelta geopolitica e digitale mirava a sfruttare le storiche tutele sulla libertà di espressione garantite dal Primo Emendamento statunitense per rallentare l’intervento delle autorità europee. Tuttavia, gli inquirenti italiani sono riusciti a bypassare l’ostacolo tecnico-giuridico attivando i canali di cooperazione internazionale e notificando i provvedimenti restrittivi direttamente ai provider americani, che hanno proceduto a inibire l’accessibilità del dominio sul territorio nazionale. Sul fronte strettamente giudiziario, la condotta dei responsabili del sito (attualmente in via di identificazione) configura una pluralità di reati gravi. In primo luogo, trova applicazione l’articolo 612-ter del Codice Penale, introdotto dalla legge sul “Codice Rosso”, che punisce la diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti senza il consenso delle persone rappresentate (il cosiddetto revenge porn, esteso qui alla fattispecie sintetica). La natura manipolatoria del deepfake non esclude infatti il reato, poiché l’impatto diffamatorio e lesivo sulla sfera personale e pubblica della vittima rimane identico. A ciò si sommano i reati di diffamazione aggravata (art. 595 c.p.) e l’illecito trattamento di dati sensibili su larga scala, sanzionato severamente dal Regolamento Europeo sulla Privacy (GDPR). L’operazione si inserisce in un quadro normativo continentale in forte evoluzione, profondamente segnato dall’entrata in vigore dell’AI Act (il Regolamento europeo sull’Intelligenza Artificiale). La nuova legislazione impone stringenti obblighi di trasparenza, tra cui l’obbligo tassativo di marcatura digitale (watermarking) per qualsiasi contenuto multimediale alterato o sintetico, proprio al fine di evitare la manipolazione dell’opinione pubblica e la distruzione della reputazione dei singoli. Il Garante per la protezione dei dati personali ha espresso un forte plauso all’intervento dei magistrati romani, ribadendo come lo sfruttamento commerciale del corpo femminile attraverso la falsificazione digitale costituisca una delle frontiere più pericolose e degradanti della criminalità cibernetica contemporanea. Le indagini proseguono ora sul tracciamento dei flussi finanziari legati agli abbonamenti premium del sito, per risalire ai reali beneficiari del network.









