di Domenico Camodeca
Una nuova e sconvolgente inchiesta della Procura di Milano riporta alla luce una vicenda che sembrava sepolta da quasi trent’anni. Almeno cinque cittadini italiani sarebbero coinvolti nei cosiddetti “safari umani” organizzati durante l’assedio di Sarajevo, tra il 1992 e il 1996, quando la città bosniaca fu teatro di uno dei conflitti più drammatici dell’Europa contemporanea.
Secondo le ricostruzioni, questi uomini avrebbero pagato per sparare sui civili, compresi donne e bambini, partecipando da spettatori armati al lungo assedio condotto dai serbo-bosniaci. Un’accusa gravissima che, se confermata, delineerebbe un quadro di crudeltà e complicità internazionale nel contesto della guerra nei Balcani.
L’indagine, coordinata dal pubblico ministero Alessandro Gobbis, è stata aperta con l’ipotesi di omicidio volontario plurimo aggravato da motivi abietti e crudeltà. A far scattare il fascicolo è stato l’esposto dello scrittore Ezio Gavazzeni, che, assistito dagli avvocati Nicola Brigida e Guido Salvini, ha depositato un documento di 17 pagine contenente testimonianze e materiale raccolto in anni di ricerche.

Le rivelazioni della fonte bosniaca
Nel suo esposto, Gavazzeni cita una fonte dell’intelligence bosniaca che, alla fine del 1993, avrebbe avvertito il Sismi, l’allora servizio segreto militare italiano, della presenza di «almeno cinque italiani sulle colline intorno a Sarajevo», accompagnati per «sparare ai civili».
In uno scambio di email del 2024, riportato negli atti, l’ex agente spiega di aver appreso del fenomeno dopo l’interrogatorio di un volontario serbo catturato, il quale raccontò che con lui avevano viaggiato cinque stranieri, di cui almeno tre italiani, partiti da Belgrado verso la Bosnia.
Secondo la stessa fonte, le informazioni furono condivise con ufficiali del Sismi presenti a Sarajevo, poiché c’erano «indizi che gruppi turistici di cecchini o cacciatori stessero partendo da Trieste». Tra loro, si parlava di «un uomo di Torino, uno di Milano e uno di Trieste». Il presunto tiratore milanese, in particolare, sarebbe stato il proprietario di una clinica privata specializzata in chirurgia estetica.

Il tariffario dell’orrore
Dalle prime verifiche emergerebbero anche dettagli inquietanti sul cosiddetto “listino della morte”: a seconda delle vittime, il prezzo variava in base all’età e alla difficoltà del bersaglio. I bambini, scrive Gavazzeni riportando una testimonianza, «costavano di più, almeno 100mila euro, mentre gli uomini in divisa avevano un prezzo inferiore; le donne e gli anziani si potevano uccidere gratis».
Un racconto agghiacciante, che disegna un mercato macabro in cui la guerra si trasformava in gioco di caccia, con civili inermi come prede.
Al momento, la Procura dispone solo del materiale consegnato dallo scrittore, ma nelle prossime settimane il pm Gobbis e i carabinieri del Ros procederanno alle prime verifiche e audizioni dei testimoni indicati. L’obiettivo sarà accertare la veridicità delle fonti e la possibilità di risalire all’identità dei presunti partecipanti italiani.
Il documentario “Sarajevo Safari” e le prove audiovisive
Un ruolo centrale nell’inchiesta è occupato dal documentario “Sarajevo Safari”, girato nel 2022 dal regista sloveno Miran Zupanic. L’opera, che racconta i presunti safari di guerra organizzati durante l’assedio, contiene testimonianze dirette di ex agenti e civili che descrivono pagamenti da parte di stranieri ricchi per poter «giocare alla guerra».
Gavazzeni, nella sua segnalazione, ha dichiarato di aver ricevuto da Zupanic le password per accedere alla visione riservata del film e di essere disposto a condividerle con la magistratura. Nel filmato, una testimonianza anonima parla di americani, canadesi, russi e italiani coinvolti in quella che viene descritta come una “forma estrema di turismo bellico”.

Secondo la fonte bosniaca, dietro a quell’organizzazione ci sarebbe stato il servizio di sicurezza statale serbo, con il supporto logistico delle infrastrutture dell’ex compagnia aerea di charter e turismo. A gestire parte dell’operazione, si ipotizza, sarebbe stato Jovica Stanišić, ex capo dei servizi serbi, oggi condannato per crimini di guerra.
I profili dei presunti “turisti-cecchini”
Il documento depositato in Procura descrive i partecipanti ai safari come appassionati di armi e caccia, in alcuni casi vicini all’estrema destra europea. Le spedizioni sarebbero state mascherate da battute di caccia, per eludere i controlli e raggiungere indisturbati le postazioni intorno alla città. Una “copertura venatoria” che permetteva di trasportare armi e munizioni senza destare sospetti.
Un ex vigile del fuoco statunitense, che aveva prestato servizio come volontario durante il conflitto, aveva già parlato nel 2007 di presenze “anomale” nelle colline attorno alla capitale bosniaca. «Non mi sembravano persone del posto – aveva dichiarato nel processo al generale Ratko Mladić – il loro modo di vestire e le armi che usavano mi fecero pensare a tiratori turistici».
Un’indagine ancora tutta da scrivere
L’inchiesta milanese riporta dunque alla luce un episodio oscuro e controverso della guerra di Bosnia, mescolando spionaggio, denaro e atrocità. Resta da capire se le nuove testimonianze saranno sufficienti a identificare i presunti responsabili italiani e a far luce su un capitolo rimasto a lungo nell’ombra.
Se confermato, il coinvolgimento di cittadini italiani nei crimini di Sarajevo rappresenterebbe uno dei casi più gravi di turismo della violenza mai emersi in Europa.
Per ora, la Procura di Milano mantiene il massimo riserbo, ma l’eco delle accuse risuona potente: un richiamo a non dimenticare che, anche a trent’anni di distanza, la guerra nei Balcani continua a restituire verità scomode e ferite aperte nella memoria collettiva.









