
Il sepolcro di Palinuro è posto all’inizio del porto Velino, che termina a mezzo miglio dalla collina della Molpa con le sue pareti a picco sul mare (presso l’attuale capo Palinuro). Questo sepolcro era stato eretto dai Lucani per porre fine alla maledizione che si era abbattuta su di loro. Infatti accadde che Palinuro, nocchiero di Enea, che era partito dalla costa Libica con tutta l’armata, durante il viaggio si addormentò e cadde in mare. Dopo aver nuotato tre giorni, all’alba del quarto raggiunse la terra dove venne ucciso e cannibalizzato dai Lucani. Quindi su questo popolo si scagliò una maledizione; essi, per liberarsene, consultarono l’oracolo che consigliò loro di erigere un altare ove sacrificare una capra, da cui il luogo prese il nome di Torre del Capro che poi si mutò in Caprioli. Quindi il cenotafio (monumento sepolcrale che viene eretto per ricordare una persona o un gruppo di persone sepolte in altro luogo. La parola, che deriva dal greco, significa “tomba vuota”) rappresenta un altare eretto dai Lucani al solo scopo di espiare le proprie colpe e placare i Mani (coloro dai quali si attinge la forza dell’esistenza) protettori di Palinuro. Possiamo dire che il Cenotafio è posto su una piccola prominenza dove comincia a delinearsi il porto, come ci viene riferito dalle testimonianze presenti nei testi che trattano la sua storia, e da questi è descritto in questo modo: l’opera era di forma quadrata formata da piccole pietre, che solo negli angoli erano più grandi; alcune erano state passate sul fuoco e per questo assunsero un colore rosso. Vi erano due porte, una a sud ed una a nord; tra le due un piccolo portico. Per questo si pensa che inizialmente vi fossero due torri, di cui una cadde e l’altra rimase intatta con parte del portico. All’interno vi era una volta più bassa e più stretta composta di grandissimi mattoni,con delle rappresentazioni sulle pareti: questo doveva essere il luogo in cui simbolicamente riposano le stanche membra di Palinuro. Nella rozzezza e nell’inesperienza dell’architettura si vede la sua antichità. La leggenda è stata immortalata da Virgilio nel libro quinto dell’Eneide, dove la regione di Capo Palinuro è teatro di uno degli episodi più drammatici del suo poema. E’ più probabile però che l’origine del nome derivi da “palin” (direzione opposta) e “oùros” (venti), poiché a causa della punta del promontorio, i venti soffiano forti in direzioni variabili. Gli antichi greci furono i primi a nominare così il Capo, ancora oggi pericoloso in caso di cattivo tempo.
Antonietta Cacace









