martedì, Agosto 11, 2026
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Partenope piange ancora sotto Nisida: Il lamento della sirena che diede il nome a Napoli e non smise mai di amare

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Se passi di notte davanti a Nisida, quando il mare è nero e tira vento dai Campi Flegrei, abbassa il finestrino, spegni il motore un attimo, ascolta.

I pescatori di Bagnoli e Pozzuoli giurano che da sotto l’acqua arriva un suono, non è il vento tra gli scogli, non sono le onde sullo scoglio. è un lamento, lungo, sottile, malinconico. Come una donna che piange sottovoce, è lei, Partenope, la sirena che ha dato il nome a Napoli, la storia che il mare non ha dimenticato
Tutti sanno che Napoli si chiama così per Partenope, ma pochi conoscono la versione di Nisida, la più triste, Partenope era una delle tre sirene, con le sorelle Ligea e Leucosia incantava i marinai col canto, voce dolce, occhi che promettevano l’eternità. Un giorno passò Ulisse, legato all’albero della nave, tappò le orecchie ai suoi uomini e resistette, non si fermò. Per una sirena non esser scelta è la morte, Partenope si lasciò cadere in mare dal dolore, il suo corpo, dicono, non affondò subito, le correnti lo portarono fino alla costa, i pescatori la trovarono distesa sulla sabbia, bella come al momento del canto, la seppellirono sulla collina. E quella collina diventò Napoli. Partenope. Ma la leggenda di Nisida dice un’altra cosa: il cuore della sirena non arrivò mai a riva, affondò vicino all’isolotto, in un punto dove il mare è più profondo, e lì è rimasta, tra le rocce, tra le anfore romane, tra i pesci che nuotano sopra di lei da 3000 anni. Perché piange ancora?
Di giorno Nisida è silenzio, una prigione, un convento, un isolotto verde che vedi da Posillipo e pensi “che pace”. Di notte cambia tutto, quando c’è tempesta, quando la luna è coperta, i vecchi marinai raccontano la stessa cosa: dal fondo sale un canto spezzato, non è più il canto che incantava, è un pianto. È Partenope che chiama ancora Ulisse. “Perché non ti sei fermato? Perché il mio canto non è bastato?” I pescatori più anziani lasciano un fiore sull’acqua quando passano davanti a Nisida. “Tieni bbuono ‘o core” dicono. Perché a Napoli si sa: chi muore d’amore non muore mai del tutto. Resta. Aspetta. Piange. Napoli è nata da un lamento
È questa la cosa che fa rabbrividire. La città più viva del Mediterraneo è nata dal dolore di una sirena, da un amore non corrisposto, da un corpo restituito dal mare, forse per questo i napoletani cantano anche quando soffrono, perché hanno imparato da lei. Partenope ha trasformato il pianto in nome, il dolore in bellezza. Ancora oggi, c’è la sua statua, mezza donna, mezza pesce, che guarda fisso Nisida, non guarda il golfo, non guarda il Vesuvio, guarda l’isolotto, come se aspettasse che il cuore smetta di piangere, ma il mistero resta sul fondo
Nessuno è mai sceso abbastanza giù per dirlo con certezza. I sub trovano solo rocce, alghe, silenzi. Ma i napoletani non hanno bisogno di prove, quando il mare è calmo e senti solo il tuo respiro, capisci una cosa: Partenope non piange per Ulisse. Piange per tutti noi. Per ogni amore che non torna. Per ogni nave che passa e non si ferma. E nel suo lamento c’è tutta Napoli: malinconica, passionale, eterna. Una città nata da una sirena che ha scelto di restare, anche da morta, a fare da madre a chi arriva dal mare. Se una notte ti capita di passare davanti a Nisida e ti sembra di sentire qualcosa… non ti spaventare. È solo Partenope, che ti ricorda che anche il dolore, a Napoli, diventa canto.

Antonietta Cacace

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