Paura nella notte a Napoli, dove un giovane di 29 anni è rimasto ferito alla testa da un colpo di pistola ed è stato trasportato d’urgenza all’ospedale Vecchio Pellegrini, arrivando in pronto soccorso intorno alle 2 del mattino in condizioni che hanno reso immediatamente necessario l’intervento dei medici, i quali lo hanno sottoposto a un’operazione chirurgica per l’estrazione del proiettile dalla parte frontale sinistra della testa; secondo quanto emerso, il colpo ha solo sfiorato il cranio, un dettaglio che fa la differenza tra la vita e la morte e che permette oggi di dire che l’uomo, pur ricoverato in prognosi riservata, non è in pericolo di vita, con il proiettile recuperato in sede sottocutanea grazie alla tempestività e alla professionalità del personale sanitario, ancora una volta in prima linea nel fronteggiare le conseguenze di una violenza che continua a insanguinare le notti cittadine. È una storia che per fortuna non si è trasformata nell’ennesimo bollettino di morte, ma che lascia comunque addosso un senso di inquietudine profonda, perché non può essere considerata una “sparatoria come tante”, né archiviata come un fatto isolato: ogni colpo esploso è una sconfitta collettiva, ogni giovane che finisce su un lettino d’ospedale per una pallottola è il segnale di una normalizzazione pericolosa della violenza, davanti alla quale rischiamo di diventare indifferenti. Da cronista racconto i fatti, ma da cittadino non posso non dire che Napoli, come tante altre città, non ha bisogno solo di interventi repressivi dopo l’accaduto, bensì di una presa di coscienza vera, quotidiana, che rimetta al centro il valore della vita, della prevenzione e della responsabilità sociale, perché non è accettabile affidarsi sempre e solo al “per fortuna è andata bene”, quando la fortuna prima o poi finisce e il prezzo lo pagano sempre i più giovani.









