Svolta inattesa nel processo legato alla cosiddetta “pen-drive Zagaria”. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna inflitta a un poliziotto accusato di aver sottratto e occultato la chiavetta usb appartenuta a Michele Zagaria, il boss dei Casalesi arrestato nel 2011 dopo una lunghissima latitanza. Una decisione che ribalta quanto stabilito nei precedenti gradi di giudizio e che apre ora nuovi scenari giudiziari su una vicenda che da anni alimenta polemiche e sospetti.
Il poliziotto, condannato in appello per peculato e rivelazione di segreti d’ufficio, era stato accusato di aver fatto sparire la pen-drive contenente dati sensibili, tra cui – secondo gli inquirenti – appunti e documenti riservati del boss, potenzialmente in grado di svelare la rete di protezioni di cui godeva. La Cassazione, tuttavia, ha accolto i ricorsi della difesa, ritenendo carenti gli elementi probatori a sostegno della tesi accusatoria.
La decisione segna un colpo di scena clamoroso in un’inchiesta che ha sempre suscitato grande attenzione mediatica e che tocca uno dei punti più oscuri della cattura di Zagaria: che fine abbia fatto quella chiavetta e quali segreti potesse contenere. Per i giudici supremi non ci sono prove certe della responsabilità del poliziotto, motivo per cui la condanna viene annullata con rinvio. Sarà dunque necessario un nuovo processo, nel quale i magistrati dovranno rivalutare ogni elemento alla luce delle motivazioni della Cassazione.
Il caso “pen-drive Zagaria” resta dunque irrisolto e continua ad alimentare sospetti di depistaggi e connivenze. L’annullamento della condanna riaccende anche il dibattito sul livello di trasparenza e di sicurezza delle indagini condotte su figure di primo piano della camorra casalese. “Siamo soddisfatti – hanno dichiarato gli avvocati della difesa – finalmente è stata fatta giustizia, il nostro assistito non ha mai avuto nulla a che fare con la sparizione della chiavetta”. Di tutt’altro avviso i familiari delle vittime dei clan, che chiedono chiarezza e temono che un pezzo di verità resti per sempre sepolto.
La vicenda si lega direttamente all’arresto di Michele Zagaria, avvenuto il 7 dicembre 2011 a Casapesenna, quando il boss, latitante da oltre 16 anni, fu catturato in un bunker sotterraneo scavato sotto una villetta. In quell’occasione, insieme a documenti e telefoni cellulari, sarebbe emersa anche una pen-drive considerata dagli investigatori un potenziale scrigno di segreti: contatti, appunti, nomi di insospettabili fiancheggiatori, forse persino elementi utili a ricostruire i rapporti tra la criminalità organizzata e ambienti istituzionali o imprenditoriali. Da allora, però, il dispositivo non è mai stato recuperato, alimentando dubbi e teorie sul fatto che possa essere stato fatto sparire per proteggere informazioni compromettenti.
Il nuovo processo dovrà stabilire se vi siano ancora responsabilità da accertare o se la scomparsa della pen-drive resterà un enigma giudiziario. Una vicenda che, a distanza di oltre dieci anni dalla cattura del boss, continua a proiettare ombre inquietanti sul rapporto tra Stato e criminalità organizzata.









