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PER EMILIO COCO, di Vincenzo Guarracino

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PER EMILIO COCO luglio 2025

di Vincenzo Guarracino

Profanazioni, Le parole di sempre, La memoria del volo, Il tardo amore, Il dono della notte, Ascoltami, Signore, e ora Il tempo di mettermi in cammino: sono le sette tappe in cui si concentra l’intero itinerario della scrittura poetica di Emilio Coco, un trentennio di poesia segnato, tra le date del 1990 e del 2022, da ben precise marche stilistiche e contenutistiche, già nel titolo della sua prima antologia che può ben aspirare a incarnare il senso di tutta quanta la sua esperienza di parola. Fingere la vita del 2003, come dire: plasmare (giusto il significato etimologico di fingere che allude, in latino, all’arte del figulus, del vasaio), dare forma, da un preciso côté elegiaco, a un qualcosa, un volto-un gesto-un ethos, in congegni poetici di sincopata intensità da definire nei particolari con amorevole pazienza e cautela e questo attraverso un lavorio metrico-sintattico, un’artigianalità ossimoricamente creativa (non è una bestemmia!), calibrata e scrupolosa, consapevole, come si dice in un verso de Il dono della notte, del fatto che, assieme a ciò che si dice, “in poesia / è questione di musica e di ritmo”.

Ma andiamo con ordine. Chi è, innanzi tutto, Emilio Coco? Emilio è uno con alle spalle una lunga e onorevole carriera di poeta, editore e traduttore di poeti (spagnoli e di lingua spagnola); uno che vive da sempre gioiosamente l’impegno della scrittura come un “mestiere” essenziale e necessario, ancorché riconosciuto e scoperto in tarda età (giusto appunto come dice il sintagma del titolo di una delle raccolte, Il tardo amore), fedele a un’idea di poesia come amabile e al tempo stesso ironica messinscena di sé.

Poeta unius libri, Coco è andato così costruendo nel tempo, testo dopo testo, raccolta dopo raccolta, una sorta di historia sui, di vita in versi o di romanzo familiare, rappresentando un’immagine non ambigua dell’ambiguità del poeta, senza negarsi franchezza e divertimento: raccontandosi con parole convenienti, parlando di tutto, di sogni e realtà, di pulsioni anche inconfessabili con candore e sincerità a tratti impudica, disseminando il suo discursus etico e metrico di scintille di ingegno e umanità, agudezas, tra il soave-cantilenante e l’epigrafico-corrosivo, lungo tutto l’arco della sua produzione, mantenendo sempre un tono basso, humilis nel senso più etimologico del termine.

VINCENZO GUARRACINO

 

Emilio Coco

Emilio Coco (S. Marco in Lamis, 1940), ispanista e traduttore, ha curato diverse antologie di poesia spagnola e ispano-americana; e ha tradotto anche poesia dall’italiano allo spagnolo per editori spagnoli, messicani e colombiani. Di grande rilievo, tra gli altri, i tre volumi de «Il fiore della poesia latinoamericana d’oggi» pubblicati con l’editore Raffaelli. Come poeta, ha pubblicato sette libri di poesia in Italia, tra i quali «Il dono della notte», apparso in questa nostra collana nel 2009, tutti riuniti poi nel volume « Poesie 1990-2020 » (Raffaelli, 2021); e quindici fra la Spagna e l’America Latina.

ALCUNI TESTI…

Preghiere

 

Mi chiamo Emilio Coco

e abito in un palazzo al terzo piano

di via La Piscopia 89.

Ho insegnato francese per circa quarant’anni

ma ho amato sempre e solo lo spagnolo

e ho lasciato la scuola senza molto rammarico.

Non ho urgenza di sveglia la mattina.

Mi sorbisco un tazzone d’acqua calda

e faccio colazione

con caffellatte e fiocchi di frumento

che assicurano – è scritto sulla scatola –

un pieno di benessere.

Poi vado in bagno e apro il rubinetto

per lavarmi la ruggine degli anni

ma dalle stecche della tapparella

la luce mi aggredisce col suo scherno.

Mi siedo al tavolino e mi spremo il cervello

cercando un verso bello

presto desisto, è meglio concentrarmi

su qualche messicano

cileno o uruguaiano,

da un anno a questa parte

non m’intrigano più i castigliani.

Dopo cena, mi allungo sul divano

e m’addormento

a ogni trasmissione

sia fiction, annozero o porta a porta.

Il sabato non faccio più la doccia,

assolvo ai miei doveri coniugali

non settimanalmente

ma come e quando posso

né mi creo problemi se fallisco.

Inaspettatamente mi soccorre

un mormorio di sangue

se tento una carezza sul suo corpo

e anche se non risponde

mi esalto allo scoprirmi ancora giovane

per non aver perduto il desiderio

di ritrovarla sotto le lenzuola.

Poi torno su quel verso mal tradotto,

questo contare sillabe sul petto

mi ruba il sonno, m’alzo,

dieci gocce di lexotan,

biascico le preghiere della sera

e spero che la notte mi sia lieve.

Nei tuoi imperscrutabili disegni

Signore mi hai assegnato

una vita da piccolo poeta.

Ai grandi non s’addice un’esistenza

così insipida e piatta.

Grazie Signore

per questa creatura

che scuotendosi la pioggia dalle ali

s’avvicina a saltelli circospetti

a beccare una briciola di pane

quasi sotto il mio piede

mentre aspetto seduto su una panca

la corriera che mi riporta a casa

dopo una notte insonne in ospedale.

Grazie di cuore per la compagnia.

Grazie per non averla intimorita.

 

 

Sempre ho desiderato

possedere una casa tutta mia

un pezzo di giardino dove scrivere

al tremulo chiarore della luna

i miei versi più belli.

Ma vivo in un oscuro condominio

e il mio studio s’affaccia sulla strada

lacerata dall’urlo delle macchine.

Sempre ho sognato un albero

non importa se un salice o una quercia

alla cui ombra sedermi

per comporre romantiche poesie

col trillo degli uccelli in sottofondo

e il soave sussurro delle fronde.

Ma esco sul balcone e solo vedo

cassonetti stracolmi d’immondizia

e pneumatici vecchi accatastati

di fianco all’officina del gommista.

Scruto il cielo slavato

e niente mi commuove

nemmeno quella nuvola sfrangiata

che occhieggia dietro il monte.

Si scatenasse almeno una tempesta

con lampi e tuoni e bare scoperchiate,

m’ispirerebbe un canto ineguagliabile.

Tutto trascorre invece banalmente.

Ti ringrazio, Signore,

di avermi risparmiato tanto scempio.

 

 

 

Ti lodiamo Signore

per questa nostra doccia

coi vetri trasparenti a portafoglio.

Ci piaceva così fuorimisura

novanta per novanta e la comprammo

per starci entrambi dentro.

Che meraviglia d’acqua

scrosciante sopra i nostri corpi nudi

che mista al bagnoschiuma disegnava

cirri paradisiaci.

E saremmo rimasti

a vivere lì dentro

se il letto non ci avesse convocati

nella complicità

dei nostri giovani anni

odorosi di talco.

Lontane quelle notti in cui la carne

fremeva sotto i colpi del piacere

guardo le forme incerte

dietro gli stessi vetri

velati dagli spruzzi del vapore

mentre allo specchio stiro guance e fronte

nella caparbia lotta contro il tempo.

Proviamo a far l’amore? ti propongo.

Fingi di non capire e mi sorridi

compassionevolmente

spalmandoti la crema

sopra le cosce tremule.

 

Ti ringrazio Signore

per tutte le commesse che ho incontrato

all’Iper di Pescara Nord a Brico

a Castorama a Auchan a Oasi a Sisa

alla Conad e agli altri supermarket

dove ci rifugiamo per sfuggire

all’ardore di questi pomeriggi.

Che gioia quelle bianche camicette

morigeratamente sbottonate

sul seno sotto camici attillati

col nome e con il logo dell’azienda.

Che regalo impagabile

le loro esili dita

che scorrono veloci

sopra i codici a barre dei prodotti.

Che mani alabastrine

con unghie di ogni forma e ogni colore

mani tamburellanti

sui tasti della cassa

mani di una bellezza folgorante

che disattentamente

incrociano le mie

collocando la spesa nelle buste.

Mani che resteranno

per tutto quest’agosto

fino all’estate prossima

nel disco fisso della mia memoria.

Li affido a te Signore questi neri

che sbucano a decine a centinaia

a gruppi o in fila indiana

dal sottopasso della ferrovia

vicino a casa nostra.

Si avviano starnazzanti verso il mare

intasano la strada incuranti del traffico

che ti verrebbe voglia di gridare

per fargli il controcanto

cerchi scampo chi può mamma li negri!

Sia chiaro siamo aperti

a ogni loro esigenza

grazie al nostro passato di emigranti

però diamine un po’ più di rispetto

per chi a quest’ora schiaccia un pisolino

parlare ad alta voce è di esseri incivili.

Guardali quanti sono

somigliano alle bibliche locuste

a un gregge di montoni in Aspromonte

gli uomini con fagotti nella mano

o allacciati al collo

le donne più composte coi residui

della loro famiglia tra le braccia

o sospesi alle spalle.

Donne dolorosissime

con negli occhi i massacri delle guerre

e della fame donne fortunate

che si sono disfatte di altre donne

schiavizzate stuprate lapidate

con le ferite aperte

di matrimoni imposti e vedovanze

che intrecciano i capelli delle bambine bianche

col viavai di lunghe dita nere

sotto lo sguardo attento delle madri.

E uomini vaganti

tra lettini e ombrelloni

con torri variopinte di cappelli

in bilico sul capo

che come per un gioco di magia

estraggono da zaini e da borsoni

sacche a soffietto zufoli girandole

lingue di menelik ranocchi luminosi

nani spruzzanti bolle di sapone

rosari figurine

di Padre Pio e dell’odiato Papa

immagini di Cristo sorridente

con il cuore squarciato dalla spada

loro poveri cristi musulmani.

Signore dammi ascolto

spalancagli le porte dello Janna

e adagia sopra il seno delle huri

la loro schiena rotta

sotto il peso di inutili negozi

con una nube dove riposare

i piedi martoriati

dalla cocente sabbia del deserto

lungo la spiaggia di Montesilvano.

 

 

Alla fine di via Agostinone

dove s’incrocia con il lungomare

aspettava paziente canticchiando

su una sedia di plastica a tre gambe

e distribuiva amore

ai neri e agli sbandati

per il modico prezzo di cinque euro

com’era scritto sopra un cartellino

che portava appuntato alla maglietta.

Lavorava in un vecchio casolare

dove cedeva la pineta il posto

a un viottolo invaso da sterpaglie.

Passavamo di lì per abbreviare

la strada per la spiaggia

e sembrava volesse salutarci

comparendo tra un intervallo e l’altro

con il berretto bianco e i pantaloni

a mezza gamba che si abbottonava

con studiata lentezza.

Scuoteva il materasso e lo metteva al sole

prima che l’occupasse un altro cliente.

Con la fronte segnata dalle rughe

e le guance cascanti nascondeva

il carico degli anni

imbrattandosi il viso

d’un fard acceso e spesse ciglia finte

sopra uno sguardo casto da bambina.

Le nuove costruzioni

si sono impossessate della zona

cancellando ogni traccia

di quella via e della sua presenza.

È rimasto soltanto un pezzo di cemento

dove vanno crescendo

cumuli d’immondizia e di detriti

e raggiungiamo il mare

per un viale con larghi marciapiedi

fiancheggiati da frassini

e recinti di bosso.

L’ho rivista stasera mentre passeggiavamo

per la strada che porta ai grandi alberghi

con lo stesso berretto e i pantaloni

azzurri a mezza gamba

e il passo dondolante d’un’ubriaca.

Chiedeva l’elemosina. Non so

se m’ha riconosciuto ma negli occhi

brillò un sorriso casto da bambina

quando accolse cinque euro nella mano.

Accettala Signore nella tua casa santa

ha dispensato gioia ai derelitti

lei stessa una reietta sulla terra

e dalle un letto morbido

e lenzuola di lino dove possa

riposare il suo ventre devastato.

coco emilio

Foto: Emilio Coco

 

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Foto: Vincenzo Guarracino

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