
Ogni anno, soprattutto in occasione delle ricorrenze del 25 aprile, del 2 giugno o del 12 dicembre, l’opinione pubblica italiana torna a riflettere sulle stragi legate all’estrema destra e al terrorismo nero. La bomba di piazza Fontana, la strage di Bologna, l’Italicus: eventi tragici, impressi nella memoria collettiva e nell’insegnamento scolastico. Ma sorge spontanea una domanda: perché si parla tanto delle stragi fasciste e MAI di quelle attribuibili alle Brigate Rosse o all’estremismo comunista? Una memoria pubblica sbilanciata? Le Brigate Rosse, insieme ad altri gruppi della sinistra armata come Prima Linea o i Nuclei Armati Proletari, hanno compiuto decine di omicidi, sequestri e attacchi negli anni ’70 e ’80. La strage di via Fani 1978, con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, l’assassinio del giuslavorista Marco Biagi o del sindacalista Guido Rossa, e molti altri attentati testimoniano la violenza del terrorismo rosso. Eppure, nel racconto pubblico e mediatico, questi eventi sembrano NON AVERE VSISIBILITA’, tutto VIENE NASCOSTO SOTTO IL TAPPETO rispetto alle stragi di matrice neofascista. Una prima risposta può essere cercata nella natura delle stragi. Quelle di matrice neofascista spesso colpirono indiscriminatamente civili innocenti come a Bologna nel 1980 generando un effetto shock e un impatto emotivo duraturo. Al contrario, le azioni delle BR, seppur gravissime, erano mirate contro bersagli “politici”, e questo le ha rese, paradossalmente, meno “memorabili” per l’opinione pubblica generale. C’è poi una questione di egemonia culturale: per decenni e purtroppo ancora oggi e con maggior forza e vemenza gran parte del mondo accademico, giornalistico e intellettuale italiano si è identificato e si identifica senza nascondersi, anzi esaltandosi in maniera esponenziale con ideali progressisti o di sinistra. Questo ha inevitabilmente influenzato il modo in cui la storia recente è stata narrata, privilegiando l’analisi del neofascismo come male assoluto e relegando il terrorismo rosso a una piccolissima ed insignificante “deviazione” della lotta operaia. Ignorare totalmente o minimizzare le violenze del Terrorismo Comunista non rende giustizia alle vittime né consente una comprensione completa degli anni di piombo. Una democrazia matura deve poter guardare con lucidità a tutte le sue ferite: Piazza Fontana come via Fani, Bologna come il delitto Moro. La memoria selettiva rischia di diventare strumentale, contribuendo a una narrazione polarizzata e ideologica. E mentre si combatte giustamente il ritorno di nostalgie fasciste, si dovrebbe avere il coraggio di condannare con la stessa forza l’estremismo di sinistra, che in quegli anni mirava anch’esso a sovvertire lo Stato democratico. Insegnare nelle scuole tutta la storia del terrorismo italiano nero e rosso è un passo fondamentale per costruire una memoria condivisa, non partigiana, dovrebbe essere vietato inneggiare l’ideologia comunista come oggi si fa. Non si tratta di mettere sullo stesso piano ideologie diverse, ma di riconoscere che nessuna giustificazione politica legittima la violenza contro lo Stato e i cittadini. In conclusione, il problema non è che si parli troppo delle stragi fasciste, ma che si parli troppo poco di tutte le altre. Solo così potremo comprendere appieno la complessità del nostro passato recente e impedirne il ritorno sotto nuove forme.









