Secondo fonti investigative, i due gruppi contrapposti – composti da giovanissimi affiliati o aspiranti tali a clan locali – avrebbero raggiunto una sorta di “tregua armata”, forse imposta dai vertici camorristici più anziani, stanchi della visibilità e dell’attenzione mediatica che la guerra tra minori aveva attirato su Pianura.
La faida, esplosa nel cuore dell’estate, aveva visto baby boss, alcuni dei quali nemmeno maggiorenni, contendersi il controllo dello spaccio nella zona delle Case Gialle e delle palazzine popolari adiacenti. Scene da far west, agguati falliti, scooter senza targa e ragazzini armati come in un videogioco: una situazione tanto grave quanto inquietante.
Oggi, però, l’apparente calma potrebbe nascondere un nuovo equilibrio criminale o una riorganizzazione delle alleanze. Gli investigatori non escludono che i clan storici abbiano imposto il silenzio per non attirare ulteriori attenzioni da parte dello Stato. Ma non si esclude neppure l’ipotesi che i gruppi giovanili stiano cercando nuovi accordi, magari con l’intervento di figure più esperte della criminalità organizzata.
Nel frattempo, il quartiere resta in allerta. I residenti parlano di “una calma che puzza”, mentre le forze dell’ordine hanno rafforzato i controlli, con presìdi fissi e pattugliamenti mirati. “Sembra tutto tranquillo – racconta un abitante – ma sappiamo che basta una scintilla per far ripartire tutto”.
La Procura minorile di Napoli continua a monitorare i protagonisti della faida, molti dei quali già noti alle forze dell’ordine nonostante la giovanissima età. Intanto, scuola, famiglie e servizi sociali restano gli anelli più deboli della catena: troppo spesso assenti o impotenti davanti a un fenomeno che si alimenta di povertà, vuoto educativo e modelli devianti.
L’impressione generale, dunque, è che la faida non sia finita, ma solo “congelata”. E mentre il silenzio cala sulle Case Gialle, la domanda resta: è davvero pace o solo la quiete prima della tempesta?









