giovedì, Gennaio 15, 2026
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PIANURA, MAXI-CONDANNA AI BABYRAS

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È una sentenza pesante come un macigno quella emessa ieri dal Tribunale di Napoli nei confronti dei “babyras” di Pianura, il gruppo di giovanissimi arruolati nei clan in guerra per il controllo del quartiere. Quasi cento anni di carcere complessivi, pene durissime che fotografano una realtà inquietante: ragazzi appena maggiorenni — alcuni minorenni all’epoca dei fatti — trasformati in soldati della camorra, pronti a sparare, intimidire, presidiare strade e piazze di spaccio con una determinazione che nulla ha da invidiare ai boss adulti. Secondo la ricostruzione della Direzione Distrettuale Antimafia, ognuno degli imputati aveva un ruolo preciso nella faida che per mesi ha seminato paura tra via Evangelista Torricelli, via Sartania e le zone periferiche del quartiere. C’era chi portava le armi, chi faceva da staffetta, chi pedinava i rivali, chi si occupava delle “stese” dimostrative per segnare il territorio. Tutti giovanissimi, tutti pronti a tutto pur di avanzare nella gerarchia criminale che aveva trasformato Pianura in una trincea urbana. Le indagini, basate su intercettazioni, pedinamenti, sequestri di armi e testimonianze riservate, hanno permesso alla DDA di ricostruire un mosaico di violenze pianificate e azioni dimostrative che avevano come obiettivo la supremazia territoriale. Le chat sequestrate ai gruppi rivelano un linguaggio brutale, un modello culturale distorto in cui l’uso delle armi veniva vissuto come un trofeo, un gesto identitario, una scorciatoia verso un potere effimero. Il tribunale ha riconosciuto il vincolo mafioso, condannando i giovani imputati a pene che oscillano tra i 6 e i 15 anni di reclusione, con aggravanti pesanti per chi aveva gestito in prima persona le armi o aveva partecipato alle azioni più violente. In aula, durante la lettura della sentenza, i familiari degli imputati sono apparsi smarriti: vite appena iniziate che si incagliano già nell’ingranaggio della giustizia, destini che si spezzano ancora prima di prendere forma. Ma a Pianura, quartiere abituato a rialzarsi ogni volta, la decisione dei giudici viene vissuta come un segnale forte: lo Stato c’è, osserva, interviene, e soprattutto non lascia che le periferie restino l’unico teatro dove il futuro viene deciso dalle pistole. Da garante dei detenuti della provincia di Caserta, non posso non interrogarmi su cosa significhi davvero una condanna così pesante per ragazzi così giovani. Lo dico con chiarezza: la giustizia deve fare il suo corso, e la sicurezza delle comunità è un valore imprescindibile. Ma ogni volta che un adolescente entra in un carcere per scontare anni e anni di reclusione, io non riesco a non pensare a chi quel ragazzo avrebbe potuto diventare se qualcuno — prima — gli avesse mostrato un’altra strada. In quelle condanne c’è la necessità della legge, ma c’è anche il fallimento educativo di una società che spesso si ricorda dei giovani solo quando impugnano una pistola. I “babyras” non nascono criminali: vengono attratti da un vuoto che altri, prima di loro, non hanno colmato. E se davvero vogliamo spezzare questo ciclo, dobbiamo smettere di inseguire l’emergenza e cominciare a costruire alternative. Perché la repressione è necessaria, ma da sola non basterà mai a salvare un quartiere. Per farlo servono scuole più forti, reti sociali vive, adulti credibili. Serve, soprattutto, che nessun giovane debba scegliere la strada come unica identità possibile.

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