
I soliti sussidi di Roberto Fico non salveranno la Campania
C’è una verità scomoda che in Campania si continua a ignorare: i sussidi non creano futuro. Possono forse placare, per un po’, le ferite di un tessuto sociale fragile, ma non lo ricuciono. Eppure, ancora una volta, il programma politico di un rappresentante del Movimento 5stelle, Roberto Fico, sembra riproporre lo stesso copione: aiuti, incentivi, sostegni a pioggia.
Un modello che sa più di emergenza cronica che di “visione strategica”.
Negli ultimi anni, la Campania ha vissuto un paradosso: una delle regioni più giovani d’Italia, ma anche una delle più dipendenti dall’assistenzialismo pubblico. Si parla di redditi di cittadinanza, di contributi alle imprese, di fondi per la rigenerazione urbana. Tutto utile, sulla carta. Ma il punto è che questa rete di sostegni non è mai diventata un trampolino: è rimasta una stampella.
Roberto Fico, ex presidente della Camera e figura simbolo del Movimento 5 Stelle, ha impostato la sua proposta politica regionale sulla continuità di quella visione: più aiuti, più redistribuzione, più intervento pubblico. Il problema? È una ricetta già vista — e fallita, anche a livello nazionale.
In una terra dove la burocrazia rallenta ogni investimento, dove i giovani fuggono e dove l’impresa privata viene spesso trattata con sospetto, continuare a promettere “sussidi” è come curare un’infezione con un cerotto.
Serve ben altro.
La Campania non ha bisogno di un altro programma elettorale pieno di “buone intenzioni” e fondi “da destinare”. Ha bisogno di un ecosistema economico reale, di fiducia, di libertà di impresa, di infrastrutture moderne e di una burocrazia che non strangoli l’iniziativa. Ogni euro pubblico speso in assistenza è un euro che, se ben indirizzato, potrebbe generare lavoro stabile e non dipendenza.
Certo, parlare di “tagliare i sussidi” in una regione dove la povertà è ancora alta può sembrare impopolare. Ma è proprio qui che la politica deve avere il coraggio di cambiare rotta. Non è cattiveria chiedere sviluppo, è dignità. E la dignità passa anche dall’uscita dall’assistenzialismo sistemico che tiene bloccata la crescita.
Il modello Fico, nella sostanza, è una versione aggiornata del populismo economico: più Stato, meno mercato, il contrario di una politica Liberale. Più redistribuzione, meno creazione di valore. Funziona sul piano del consenso — perché promettere aiuti è sempre più semplice che costruire condizioni di libertà economica — ma lascia sul campo la vera questione: come rilanciare una regione che produce poco e consuma sussidi ma quello che più preme una riflessione, come può un Liberale votare un Presidente il cui programma è naturalmente “assistenzialista”.
Le imprese campane non chiedono elemosine, chiedono chiarezza, tempi certi, semplificazione. Chiedono che la politica smetta di trattarle come potenziali beneficiarie e inizi a vederle come protagoniste. E i cittadini non chiedono assegni, chiedono servizi: scuole funzionanti, trasporti degni di un Paese moderno, sanità efficiente.
In questo contesto, il ritorno al mantra dell’assistenza universale rischia di essere una scelta regressiva. Fa comodo a molti, ma non serve a nessuno. L’illusione che si possa tenere insieme consenso e sviluppo solo distribuendo fondi è la vera malattia politica del Mezzogiorno.
Non è questione di schieramenti: è questione di metodo.
La Campania, con la sua energia e la sua creatività, avrebbe tutte le carte per diventare un laboratorio di rinascita economica e civile. Ma per farlo serve rompere con la logica del “ti do un sussidio, dammi un voto”.
Serve una leadership che non tema di dire no ai vecchi meccanismi e che abbia il coraggio di costruire un modello produttivo vero, basato su investimenti, competenze e innovazione.
Roberto Fico rappresenta, nel bene e nel male, la continuità di un approccio che la storia recente ha già bocciato. L’assistenzialismo non è solidarietà: è immobilismo travestito da equità. E continuare su questa strada significa rassegnarsi all’idea che il Sud debba vivere di trasferimenti, anziché di crescita.
Forse è arrivato il momento di chiedere di più alla politica e anche a noi stessi: meno sussidi, più visione.
Perché la Campania non ha bisogno di elemosina. Ha bisogno di libertà.
STEFANO MARIA CUOMO
Presidente
Liberali Moderati per l’Italia









