Negli Stati Uniti di Donald Trump, prende forma un’agenda politica che punta a ridisegnare profondamente il ruolo dello Stato, sia dentro i confini nazionali sia nello scacchiere internazionale. Con un approccio che mescola rigore ideologico e pragmatismo contabile, la nuova amministrazione ha avviato una massiccia revisione della spesa pubblica, colpendo in particolare settori ritenuti “troppo indipendenti”, costosi o non allineati con la visione trumpiana del Paese.
Tra le misure più significative, spicca il congelamento di 2,2 miliardi di fondi pubblici destinati a Harvard. L’università ha respinto le pressioni della Casa Bianca, che chiedeva maggiore conformità alle sue direttive, specie su temi sensibili come l’antisemitismo. Pur dichiarandosi aperta al confronto e al miglioramento interno, l’ateneo ha rifiutato quella che considera un’ingerenza inaccettabile nella sua autonomia intellettuale. Una presa di posizione netta, che segnala quanto l’attuale clima politico stia mettendo alla prova i rapporti tra governo federale e istituzioni educative.
Ma l’attacco all’università è solo un tassello di un disegno più ampio. La Casa Bianca, tramite l’Office of Management and Budget, ha proposto un taglio drastico — quasi del 50% — al bilancio del Dipartimento di Stato. Un intervento che comporterebbe la chiusura di diverse missioni diplomatiche, la riduzione del personale estero e l’interruzione dei finanziamenti a molte organizzazioni internazionali, comprese le Nazioni Unite e la NATO. È il segnale di un ripiegamento strategico degli Stati Uniti, che sembrano voler ridurre il proprio coinvolgimento globale per rafforzare una linea più nazionalista e autarchica.
Non mancano, però, voci in controtendenza. A Boston, la giudice distrettuale Indira Talwani ha bloccato la revoca dello status legale per centinaia di migliaia di immigrati provenienti da Venezuela, Cuba, Nicaragua e Haiti, opponendosi così a uno dei provvedimenti più controversi dell’amministrazione. È un esempio di come, pur in un contesto fortemente polarizzato, esistano ancora spazi di resistenza istituzionale.
Il progetto politico di Trump non è nuovo nei toni, ma oggi si traduce in azioni più concrete e pervasive. L’obiettivo sembra essere quello di ridefinire la struttura e i valori del governo federale: meno presenza internazionale, meno mediazione culturale, meno tolleranza verso le voci fuori dal coro. Un modello di Stato più verticale, orientato all’efficienza, ma anche meno aperto al dissenso e alla complessità.
Le conseguenze di queste scelte potrebbero essere profonde. Indebolire il sistema universitario, isolarsi dalle reti diplomatiche, ridurre la partecipazione alle organizzazioni multilaterali: sono tutte decisioni che non solo cambiano l’immagine degli Stati Uniti nel mondo, ma incidono direttamente sulla qualità del dibattito democratico e sulla capacità del Paese di affrontare sfide globali. E in un momento storico segnato da crisi multiple — dai conflitti internazionali al cambiamento climatico, dalla disinformazione alla fragilità economica — il rischio è che il ritiro e l’accentramento portino più danni che benefici.









