martedì, Agosto 11, 2026
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Pizzofalcone: Il Promontorio dei Misteri. Dove Napoli è nata tra ossa di sirena, uova maledette e templi che respirano sotto terra

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Mentre a Napoli le pietre parlano, a Pizzofalcone le pietre non parlano, sussurrano, e a volte piangono. San Ferdinando, Palazzo Reale, lungomare. Tutto elegante, tutto luce. Una facciata settecentesca tirata a lucido. Ma gratta l’intonaco, scava; sotto c’è il punto esatto in cui Napoli ha iniziato a sognare, e nei sogni, si sa, non si invecchia mai.

Le ossa della Sirena: Tutto comincia con un tradimento. Ulisse passò. Tappò le orecchie. E se ne andò.
Partenope cantò fino a spezzarsi la voce, quando vide che il suo canto non bastava a fermare un uomo, non urlò, si lasciò cadere, il mare la prese senza pietà e la gettò sulla roccia nera di un promontorio. I greci di Cuma la trovarono lì, nel VII secolo a.C. Bagnata, bianca, con le scaglie ancora attaccate alla pelle, non la bruciarono, la seppellirono, e sopra la sua tomba misero le fondamenta di una città. La chiamarono Partenope, col nome di un cadavere divino. Da allora quel promontorio si chiama Pizzofalcone, roccia tufacea, a picco, con l’isola di Megaride davanti come un cane nero a guardia della tomba; sotto via Acton corre ancora quella roccia, fredda, come se il corpo della sirena fosse ancora lì sotto, a marcire piano. Napoli è nata da una morte che non ha mai smesso di lamentarsi. Sei secoli dopo arrivò lui, Virgilio, poeta, sì, ma a Napoli era altro: un mago. Un incantatore che parlava con le fondamenta, prese un uovo, un uovo solo, lo chiuse in una gabbia di ferro e lo murò in una grotta sotto Castel dell’Ovo, poi pronunciò una maledizione a rovescio: “Finché l’uovo regge, la città regge. Se l’uovo si rompe, il mare vi inghiotte tutti.” Da quel giorno il castello non dorme, galleggia.
Nel 1456, col terremoto, i custodi giurarono di aver sentito un toc, sordo, come un guscio che sbatte contro il ferro.
Nel 1631, col Vesuvio che sputava fuoco, un monaco scrisse: “L’uovo si è mosso. Ho sentito il guscio incrinarsi”, nessuno è mai sceso a controllare, nessuno ha il coraggio.
Vai di notte sul lungomare, guarda Castel dell’Ovo, non è pietra, è una prigione, e dentro c’è qualcosa che trattiene il fiato.

I romani non seppellirono Partenope, la usarono, su Pizzofalcone alzarono templi a divinità che non appartenevano a questa terra, il più oscuro era per Iside, la dea egizia dai riti di sangue e acqua. Da lì il nome: Via Egiziaca a Pizzofalcone, sotto i palazzi barocchi, sotto il marmo, ci sono ancora le sue stanze, umide, nere. Si dice che i sacerdoti scendessero di notte, con torce basse, e cantassero rivolti al mare, non pregavano, chiamavano. Accanto a Iside c’erano culti che la Chiesa chiamò “mistero”, alchimia, porte, passaggi. Pizzofalcone era considerato una fessura tra i vivi e gli dei, un luogo troppo potente per essere lasciato libero. Così, nel Medioevo, ci piantarono sopra monasteri e conventi, non per fede, per esorcismo, per tappare la fessura con la pietra. Oggi Pizzofalcone tace, ma è un silenzio che ascolta te. Nelle notti di luna piena, le guardiani di Castel dell’Ovo abbassano il volume della radio, dicono che dal mare sale una voce, non ha parole, ha rimpianto. Dicono sia Partenope, che cerca ancora il suo nome.

Le vene nel tufo: Sotto il promontorio corre una rete di cunicoli, greci, romani. Alcuni sbucano a Palazzo Reale, altri finiscono contro un muro che respira, nessuno sa dove vanno, nessuno torna a dirlo. Il vento di ponente, quando si alza, tra i palazzi fa un suono lungo, acuto, come un’unghia sulla pietra. Gli anziani si segnano e dicono: “È lei. La sirena che cammina sui tetti e cerca la sua città.”
Pizzofalcone ha l’origine. Ha una città fondata su un cadavere. Ha un castello che regge su un guscio d’uovo. Ha una dea straniera che dorme sotto i tuoi piedi, è il cuore segreto di Napoli. Il punto in cui la storia si spegne e comincia la leggenda. Il luogo dove il mito non è morto. Sta solo aspettando al buio. Vai, metti una mano sulla roccia di Megaride, è fredda anche ad agosto. Chiudi gli occhi, sotto di te ci sono 2800 anni.
E qualcosa, sotto quei 2800 anni, si è appena girato dall’altra parte.

Antonietta Cacace

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