Nel cuore della Napoli più esclusiva, tra le scogliere suggestive e il mare cristallino di Posillipo, si consuma da anni un paradosso che grida allo scandalo: concessioni balneari ottenute da privati a prezzi simbolici, a fronte di profitti da capogiro. Una recente inchiesta giornalistica ha riportato alla luce i numeri sconcertanti di un sistema che, pur essendo tecnicamente legale, solleva interrogativi profondi sull’equità nella gestione dei beni pubblici. Stabilimenti che pagano poche centinaia di euro l’anno per l’utilizzo di tratti di costa tra i più ambiti d’Italia incassano decine, a volte centinaia di migliaia di euro per servizi balneari, affitto di sdraio e ombrelloni, ristorazione e parcheggi. Un business alimentato da una normativa nazionale sulle concessioni marittime ormai obsoleta, che consente ai gestori di rinnovare gli spazi quasi automaticamente, senza gare pubbliche, per cifre irrisorie rispetto al valore commerciale delle aree occupate. In molti casi, il canone versato allo Stato non supera i 500 euro annui, mentre il fatturato stagionale si avvicina al milione. A Posillipo, dove l’accesso al mare pubblico è ormai ridotto al minimo e l’ingresso è spesso di fatto interdetto ai non clienti, la sproporzione tra canoni concessori e incassi assume contorni grotteschi. Le spiagge vengono trasformate in veri e propri club privati, dove solo chi può permettersi il lusso di un abbonamento ha il diritto di accedere. Il Comune di Napoli e la Capitaneria di Porto si trovano da tempo al centro di un pressing istituzionale e cittadino per fare chiarezza su queste concessioni. I movimenti civici chiedono maggiore trasparenza, accessibilità e una revisione complessiva del sistema. Anche la Corte dei Conti ha più volte denunciato il danno erariale causato da canoni fuori mercato. Nonostante tutto, la riforma delle concessioni balneari in Italia è da anni in stallo, tra pressioni politiche e ricorsi che bloccano ogni tentativo di liberalizzazione. A pagare il prezzo di questo immobilismo è la collettività: cittadini privati di un bene comune e casse pubbliche impoverite da un sistema che consente a pochi di arricchirsi sfruttando un patrimonio che appartiene a tutti. La vicenda di Posillipo è solo la punta dell’iceberg di un problema nazionale che richiede scelte coraggiose e una svolta legislativa che ristabilisca giustizia, legalità e accesso pubblico alle risorse naturali.









