Praga negli ultimi anni è diventata un sismografo politico dell’Europa centrale, e quello che succede lì non è un fenomeno locale: è un avvertimento. Le piazze ceche si riempiono a ondate, come se il Paese fosse attraversato da una corrente elettrica che ogni tanto esplode in superficie. Tutto comincia nel 2022, quando circa settantamila persone si riversano in Piazza Venceslao per contestare il governo di Petr Fiala, accusato di aver lasciato i cittadini soli davanti alla crisi energetica e all’inflazione. Le agenzie internazionali riportano la notizia con toni allarmati: Radio Prague International parla di una manifestazione “contro l’aumento dei prezzi dell’energia e contro la politica del governo” , mentre The Independent sottolinea che i manifestanti chiedono apertamente le dimissioni dell’esecutivo e un cambio di rotta sulla guerra in Ucraina .
Il governo reagisce come reagiscono spesso i governi quando non vogliono ascoltare: liquida la piazza come “filo‑russa”, “manipolata”, “pericolosa”. Ma la protesta non si spegne. Anzi, si struttura. Entra in scena il partito PRO, guidato dall’avvocato Jindřich Rajchl, che intercetta il malcontento e lo trasforma in un movimento permanente. Nel 2023 e nel 2024 le manifestazioni si ripetono, sempre nella stessa piazza, sempre con migliaia di persone. The Independent racconta che i manifestanti accusano il governo di aver tradito i cittadini, di aver scelto Bruxelles e Washington invece di Praga, di aver sacrificato i cechi sull’altare della guerra e delle sanzioni .
Il think tank CEPA, che studia da anni la politica dell’Europa centrale, osserva che queste proteste non sono un fenomeno marginale: sono il sintomo di una frattura sociale profonda, alimentata da inflazione, salari stagnanti, bollette esplose e una percezione crescente di essere governati da élite che parlano un linguaggio distante dalla vita reale . Non è solo rabbia: è disillusione. È la sensazione che la Repubblica Ceca stia pagando un prezzo troppo alto per decisioni prese altrove.

Ma sarebbe sbagliato raccontare la piazza ceca come un monolite anti‑occidentale. C’è un’altra piazza, un’altra anima del Paese, che si muove nella direzione opposta. Nel 2025, secondo Prague Morning, circa diecimila persone si radunano nella Piazza della Città Vecchia per difendere la democrazia, l’ancoraggio europeo, la solidarietà con l’Ucraina. È una manifestazione organizzata dal movimento civico Milion chvilek pro demokracii, che avverte: la Repubblica Ceca rischia di scivolare verso un modello illiberale se lascia campo libero ai populisti e ai partiti radicali .
Due piazze, due paure, due visioni opposte del futuro. Da una parte chi teme di essere sacrificato sull’altare della geopolitica; dall’altra chi teme che il Paese possa diventare il cavallo di Troia della Russia nell’Unione Europea. In mezzo, un governo che fatica a trovare un linguaggio capace di parlare a entrambi i mondi.
Le testimonianze raccolte dai media internazionali sono un pugno nello stomaco. C’è chi dice: “Non sono filo‑russo, ma non voglio che i miei figli paghino per una guerra che non abbiamo deciso noi”. E c’è chi risponde: “Se molliamo ora, finiamo come l’Ungheria”. Due verità che si guardano come nemiche, quando in realtà sono due facce della stessa frattura sociale.
Il governo Fiala ha provato a rispondere con sussidi, tetti ai prezzi dell’energia, pacchetti anti‑inflazione. Ma la percezione, confermata da diverse analisi, è che queste misure siano arrivate tardi e male. Il sito Mass News, in un’analisi approfondita, sottolinea che la maggioranza dei cechi resta culturalmente orientata verso l’Occidente, ma non accetta più una politica che chiede sacrifici senza offrire protezione sociale adeguata .
Il punto è proprio questo: la protesta non nasce dall’amore per Mosca, ma dalla sensazione di essere stati abbandonati. E quando la politica risponde con slogan come “è il prezzo della libertà”, la distanza tra palazzo e piazza diventa un abisso.
Quello che succede a Praga è un avvertimento per tutta l’Europa. È la dimostrazione che la democrazia liberale non può sopravvivere se non riesce a proteggere materialmente chi sta in basso. È la prova che la guerra, l’inflazione, la transizione energetica e la globalizzazione non sono concetti astratti: sono cicatrici sulla pelle delle persone.
E quando le cicatrici diventano troppe, la piazza smette di chiedere e inizia a pretendere. È questo che Praga ci sta dicendo. Non è un capriccio, non è folklore, non è estremismo. È un Paese che si sente tradito e che non vuole più essere trattato come una pedina.
Il problema non è che non lo sentiamo.
Il problema è che non vogliamo ascoltare.









